Roma, 29 ottobre 2021
 
La quarta isola del mondo: ll Madagascar.
Morfologia del Territorio
Il Madagascar è un’isola, estesa oltre 1.500 km. In lunghezza, 600 km. in larghezza, per 590 km2 circa, quarta isola al mondo, è uno Stato insulare nell’oceano indiano, al largo della costa meridionale dell’Africa di fronte al Mozambico.
Beneficia del doppio respiro dell’influenza africana e indiana, per la sua naturale posizione geografica e per la fascinazione per gli usi e costumi.
Scrigno della natura e della bio-diversità. Elemento essenziale dell’impatto con l’uomo e natura e enfasi della natura con l’uomo. Per le essenze e i fiori dai colori vivaci è chiamata l’isola dei profumi.
Nei tempi antichi il governo dell’isola era nelle mani di poche persone, vi erano dei mercanti di arte e le tradizioni erano molto seguite: non si andava a caccia di elefanti e di cammelli, il paese offriva la possibilità delle coltivazioni e la terra veniva curata per la raccolta dei frutti.
Proprio in considerazione della particolare situazione naturalistica in cui è il Madagascar, a difesa della sua biosfera ed atmosfera, nasce un ponte di collegamento con l’Italia e la stessa. Si cerca di cooperare da sempre e periodicamente, per la conservazione del sistema naturale e di quello umano.
Si attuano progetti di elaborazione degli eco-sistemi, come luoghi di attività a beneficio del pianeta.
Hot spots forests con 1.500 piante tropicali e sei specie endemiche di baobab, punto di vascolarizzazione contro la distruzione endemica, per la protezione di una grande area naturale e piccole aree connesse.
Individuare eco-regioni con priority places, per frenare la distruzione degli eco-sistemi sostenibili.
Loss of forests convert, come programma di investimento, per impedire il devastamento continuo, della vita delle foreste.
Il legno del palissandro, ad esempio, è destinato ad usi diversi, fino al depauperamento degli alberi.
Le miniere del Madagascar sono ricche di rame, bauxite, nichel, cobalto nelle aree di montagna, tantissime pietre preziose vengono estratte dalle spiagge sabbiose ed il petrolio è lungo la costa, tutti questi minerali sono finalizzati allo sfruttamento.
L’isola è pianeggiante in particolare lungo le coste occidentali, la catena montuosa dell’altipiano è nella parte centrale, comprende le regioni di Fianarantsoa e Antananarivo, caratterizzato da colline e montagne, ed i fiumi scorrono lungo le valli.  
A  nord si erge il massiccio dei Tsarantanana dove la vetta più alta è il Maromokotro di 3.000 metri.
Questo paese dà una forte opportunità di sviluppo e cooperazione, si cerca di pianificare la progettazione che tuteli i minerali del sottosuolo.
I Malgasci hanno numerosi siti archeologici, testimonianza storica dalle remote origini.    
Oggigiorno, migliaia di specie animali, come i lemuri, duecento cinquanta specie di rane e i camaleonti vivono il loro abitat naturale.
Il territorio è interamente circondato dal mare, all’interno gli altipiani centrali sono lungo un percorso di oltre 1.000 metri. La loro altezza parte da 800 ed arriva 2.700 nel Massiccio dell’Andringitra.
Una terra piena di tradizioni in continua trasformazione e di storia, nelle colline e nelle valli il paesaggio è prevalentemente agricolo, con le coltivazioni di riso, verdure e frutta.    
Parti dell’isola sono aree naturali protette, come i principali parchi nazionali, (Andohahela, Masoala, Ankarana ) alcuni di questi sono stati considerati come patrimonio dell’Umanità, dall’Unesco dal 2007.      
Popolazione                                                
L’isola è popolata da popoli provenienti, in maggior parte, dai porti dell’arcipelago indonesiano, dai migranti dell’Africa Orientale e del nord, compresi i paesi arabi.
Gli abitanti accomunano molti tratti culturali, considerando che le varie lingue parlate da questi popoli, sono strettamente legate fra loro, al punto da essere talvolta classificate non propriamente, come dialetti.
La lingua malgascia è quella scritta, dai giornali ed insegnata nelle scuole.
A tutt’oggi nello stato del Madagascar esistono diciotto etnie, per esemplificazione dette: “le diciotto tribù”.
Le origini del popolo sono eterogenee e le varie tribù sono dislocate sui vari punti del territorio.
Le diciotto tribù vengono così denominate:
Antaifasy: quelli della sabbia lungo la costa sud-orientale, sulle spiagge sabbiose,
Antemoro: quelli della costa, lungo la costa sud-orientale,
Antaiska: quelli provenienti dai Sakalava, a nord di Fort Dauphin,
Antakarana: quelli delle rupi, a nord dell’isola,
Antambohoaka: quelli della comunità, sono nella regione di Manajary,
Antanosy: quelli che sono nelle vicinanze di Fort Dauphin
Antandroy: quelli che abitano nelle spine e vivono nella punta estrema del sud,
Bara: quelli degli altopiani centrali,
Betsileo: gli invincibili, a sud degli altipiani centrali,
Betsimisaraka: gli inseparabili della costa Orientale,
Bezanozano: quelli delle trecce lungo il fiume Mangoro,
Mahafaly: con i loro tabù a sud dell’isola,
Merina: quelli degli altipiani, nei dintorni della capitale,
Sakalava: dalle valli lunghe ad ovest del territorio, i Vezo sono un sottogruppo dei Sakalava, conoscitori
del mare,
Sihanaka: dalle paludi, attorno al lago di Aloatra,
Tanala: abitano la foresta, vicino a Ranomafana, dai lunghi capelli, nella zona centro settentrionale dell’isola,
Vazimba: abitano gli altipiani, non nelle aree centrali, di cui non si conosce l’origine, se sono una tribù estinta, o se siano Malgasci primitivi o se provengano dalle lontane isole del Pacifico.
 
Usi e costumi
Nell’isola la confluenza delle diverse origini culturali e tradizionali ha contribuito
a dare sia nella danza, che nella musica, il senso creativo del popolo.
La musica è con ritmi indonesiani ed africani, unita al suono dei flauti e chitarre accompagna le cerimonie.
Circa metà della popolazione conserva le credenze tradizionali, la religione cristiana è praticata per buona parte, il Pontefice ha compiuto un viaggio nell’isola nel 2019, una certa minoranza è anche musulmana.
Le storie e le vicende che hanno caratterizzato le diciotto tribù vengono tramandate oralmente di generazione in generazione.
Il vintana è una credenza di provenienza araba, diffusa presso gli Antemoro.
Si crede nel vintana, e che determini quale sia il momento più indicato per compiere un’attività, come costruire una casa o arare la terra. Ogni giorno della settimana ha la propria caratteristica il sabato è associato alle celebrazioni. I malgasci per essere certi di scegliere la data certa e favorevole consultano l’astrologo.
Emblema nazionale sono gli zebù che per i malgasci simboleggiano la forza.
Appunti di viaggio
Dal diario viaggio di una italiana che cercava un posto dove pescare e riposare, affiorano
i ricordi dell’isola.
Il clima mite, il verde che ondeggia dal vento, l’aria pulita e verso sera il tramonto il cielo tinto di arancio e di blu, danno sensazioni uniche.
Nella città di Manina, ci sono le criticità, lungo la costa è inevitabile imbattersi in un villaggio di capanne, di tre metri curvate dal vento, spesso con pareti di falafa ed il tetto di ravinala ed  altre costruite con lamine arrugginite, dove ci sono bambini costretti a lavorare, portando fascine d’erbe e secchi d’acqua o al pascolo gli zebù.
Le bambine provvedono ad accudire i fratelli minori e preparano da mangiare.
Al disagio di questi minori, si aggiunge la malaria, che incide anche negli adulti, che svolgono lavori di bassa manovalanza.
Abitazioni malsane, condizioni igieniche scarse, difficoltà nel seguire l’istruzione con gli insegnamenti
scolastici rappresentano problemi.
Prodigare cure, cercare di dare una istruzione e di migliorare la loro condizione di vita è l’opera pregevole che alcune persone hanno potuto svolgere.
 
La Capitale
La Capitale è Antananarivo, si trova nel centro dell’isola, con bellezze naturali ed architettoniche
Al centro sud della città a forma di cuore, si trova il lago  Anosy, dove gli alberi Jacaranda, fioriti di colore viola, da ottobre a novembre, gli fanno da cornice.,
La capitale è situata a circa 1.400 metri, sull’altipiano di Imerina, in una zona a clima temperato.
L’abitato si estende su di un gruppo di colline rocciose. Nella parte più elevata delle colline venne costruito il palazzo della Regina qui ci sono anche i principali palazzi pubblici.
La regina Ranavalona ordinò di edificare il palazzo (1868-1883) e venne in origine costruito in legno successivamente nel 1872 venne riedificato in pietra.
Nel 1995 subì un incendio all’interno e non molte cose preziose riuscirono ad essere portate in salvo.
A distanza di 25 anni il Rova di Antananarivo viene riaperto al pubblico, con l’idea di far visitare il palazzo storico dell’ottocento sede dei sovrani dell’epoca e diffondere le origini e la cultura del paese.
Le costruzioni delle case
L’architettura nel Madagascar è esclusiva di questa isola e ricorda molto quella del Borneo meridionale, dal quale si crede ebbero inizio, le prime emigrazioni. 
Le case sono generalmente a forma rettangolare, alzate su pile con il tetto sostenuto da un pilastro centrale, le travi a capanna sono incrociate da formare degli spunzoni, per sostenere il tetto, e per essere intagliati in modo decorativo.
I Merina, abitanti gli altipiani centrali, ricordano molto i loro antenati:”I Kalimantan” vivono nelle tradizionali case in legno dell’aristocrazia, impiantate da un pilastro centrale che alza il tetto a volte decorato.
In origine
Nel sud-est del Madagascar , le corna degli zebù, animale simbolo, erano appese ai frontoni delle case.
La zona notte, per tradizione era nella parte sud-est, a sud del pilastro era posta la cucina, a nord il focolare della casa, riservato ai figli maschi della prole ed agli ospiti, a sud vi erano le donne, generalmente si occupavano della cucina con loro stavano i bambini e persone considerate di rango inferiore.
A nord-est della abitazione si pregava e si porgevano le offerte per gli antenati.
Per le costruzioni con elementi vegetali, si trovano nelle parti costiere, solitamente ad un piano, con il tetto a punta, su palafitte.
Queste case sono molto simili a quelle che sono in alcune parti dell’Indonesia.
I materiali comunemente usati sonno canne, giunchi, legno e foglie di papiro.
Lungo la costa orientale del Madagascar, punto limite con l’oceano indiano, le case sono su palafitte, sono protette da fronde di palma (ravinala madagascariensis).
L’economia di questo paese è prevalentemente agricola, il riso è il maggior prodotto esportato.
Alcune industrie tessili, minerarie e turistiche contribuiscono allo sviluppo ed all’autonomia del paese.
Importanti sono le risorse naturali come la silvicoltura e la pesca, l’artigianato elegante, apprezzato per la lavorazione della seta, insieme alla creazione di monili ed oggettistica in legno contribuiscono alla economia stessa.  
 
Il Madagascar e le stelle
 
E’ possibile scrutare il cielo stellare del Madagascar.
La via lattea in una nuvola bianca lunga e sottile simile ad scia luminosissima, tanto candida da contrastare il blu notte si vede la notte, nel cielo di Tsiroanomandity nell’emisfero a sud e arriva fino al mare.
Le costellazioni, sono ben visibili per il basso livello di inquinamento luminoso,
Puntando i telescopi dai punti di osservatorio dell’astroturismo, dalla parte  sud-est del Kirindi Mitea National Park e a sud dell’isola oltre a Tsaranoro Mountain Range, si possono ammirare le stelle.
 
 
 
   Breve studio sul Madagascar a cura di Claudia Polveroni 
 
Note bibliografiche: studio dalle lezioni dedicate al Madagascar, tenutesi presso il Museo Civico di Zoologia in Roma.

Il Tempo delle Donne
Ieri alle 17:25 ·
Il film dominicano partecipa al
XVI Festival Internazionale del Film di Roma
Il film dominicano “Un film sulle coppie”, diretto e scritto da Natalia Cabral e Oriol Estrada, è stato selezionato per concorrere alla Selezione Ufficiale del 16° Festival Internazionale del Film di Roma.
L'Ambasciatore della Repubblica Dominicana in Italia, Tony Raful, ha accompagnato i registi alla prima ufficiale, nella Sala Petrassi dell'Auditorium Parco della Musica di Roma. dove si sono incontrati esponenti dell'industria cinematografica italiana e internazionale.
Va notato che il film "Un film sulle coppie" ha recentemente vinto il Premio della critica francese e una menzione speciale per la performance alla 30a edizione del Festival di Biarritz.
La Repubblica Dominicana e il Messico sono gli unici paesi dell'America Latina
Nella fotografia: Ambasciatore Raful, Natalia Cabral e sua figlia,
Oriol Estrada, Louisa Auffant
rappresentati in questo Festival Internazionale, uno dei più importanti al mondo.

 

 

 

 

Critica nei confronti della "Negritudine"

Soyinka, proseguendo in quel periodo la sua critica sul ruolo dell'artista nell'Africa moderna, si pone in contrasto anche con tutto quel movimento culturale che aveva avuto origine nel quartiere latino di Parigi all'epoca delle lotte indipendentiste in Africa e il cui fondatore, Senghor, diventerà presidente della repubblica del Senegal, Soyinka condanna infatti tale corrente ideologica-letteraria, detta della "Negritudine", che proprio nella acritica glorificazione di un passato, identificato con l'immagine "coloniale" del "bon sauvage", ritrovava l'essenza negra.

Questa dottrina, elaborata come pensiero filosofico da Senghor e dal martinicano Aime Cesaire negli anni '40 alla Sorbona, mal si adatta al pensiero più moderno e populista di Soyinka mentre tale dottrina si confronta infatti con le tecniche e, più in generale, con la mentalità globale del mondo occidentale, la dottrina soyinkiana rifiuta il paragone, attestandosi su posizioni completamente nuove ed ancorate profondamente nella filosofia africana» Mentre la "Negrìtudine" si preoccupa di rispondere alle accuse della cultura europea, trovandosi a"combattere" in campo avversario, Soyinka non accetta alcuna discussione di stampo tipicamente occidentale, riportando la disputa in terra africana. A proposito di tale posizione, è fondamentale la frase chiarificatrice dello stesso Soyinka:

"A tiger does not shout its tigritude, it acts it", da "The Writer in an African State", in Transition 

Mentre quindi la Negritudine cercava una definizione collettiva dell'identità dell'uomo nero, Soyinka ribadisce l'importanza delle culture locali (in primis la cultura yoruba), considerate non dal punto di vista esclusivamente emozionale ed anti-intellettuale, ma ben coscienti della propria dignità e della propria tradizione, cioè intellettualmente capaci. Soyinka rifiuta quindi l'immagine di Senghor che,desideroso"di affermare la sua africanità in terra europea, finisce invece per "sbiancarsi" gradualmente. Il concetto base di tale rifiuto, tipicamente radicale e rivoluzionario, permette a Soyinka di concepire l'Africa come un continente completamente autonomo, dove la colonizzazione appare solo come un momento storicamente determinato che è necessario superare. Anche per questo, quindi, egli si scontra con la "Negritudine" che, implicitamente, vede invece l'indipendenza nazionale come il giusto riconoscimento per l'apprendimento di schemi e di modi di vita tipicamente occidentali.  

In altre parole ed in un contesto socio-politico più ampio si produce, tra Soyinka e Senghor, uno scontro che deriva dal diverso modo di affrontare il problema coloniale delle due "superpotenze" dominanti nel mondo africano, la Francia e l'Inghilterra. Mentre l'una,infatti,col suo enorme bagaglio storico, filosofico e religioso, cerca di conquistare profondamente il mondo africano, inculcando le proprie idee fino a radicarle completamente nelle nazioni domi_ nate, l'altra non si propone,consapevole della propria superiorità, lo stesso risultato finale, permettendo così il mantenimento di quella carica nazionale e di quella capacità intellettuale insite in ogni popolo africano. Proseguendo ancora sul tema della "Negritudine", è opportuno ricordare un'affermazione particolarmente significativa di Soyinka:

"la Negritudine, successivamente, è diventata un tema fine a se stesso, ed i seguaci vi si sono adagia-ti senza dare spazio alla vera creatività artistica. Bisogna quindi lasciare tale retroterra, per dare una ritrovata immagine letteraria africana  (1), Tuttavia, quando si parla di immagine letteraria afri-cana, bisogna sottolineare che il problema è molto complesso e riguarda lo stesso termine di "letteratura", proveniente dà "lettera",; intesa come segno scrittoC2). Infatti, l'unica tradizione culturale scritta africana è quella dei Suahili e degli Hausa, che si era sviluppata sotto la spinta islamica. Da sempre, l'arte letteraria africana e  caratterizzata da una tradizione orale, e si manifesta quindi in forme diverse nel rispetto

(1), da "From a Common Back Cloth, di Wole Soyinka, in The American Scholar, voi. 32, giugno 1963,pag. 387-396, New York.

(2), da "Le solide radici yoruba di una cultura cosmo-polita" in II Mattino, 17.11.1986, di Toscano, M.

dei suoi modi di produzione e di fruizione, che sono molto più collettivi e diretti se paragonati alle tecniche della letteratura scritta, nota come letteratura d'elite, espressione del potere politico e religioso. E' pertanto l'avventura coloniale che diffonde la scrittura a caratteri latini e che fa sorgere letterature in lingua francese, inglese o locale. In conclusione, data la complessità della situazione culturale africana, e la varietà dei modelli e delle forme adottate, spontanee o imposte che siano, Soyinka ribadisce che gli scrittori africani devono operare contro la Negritudine. In tale ottica Soyinka volge la sua ironia verso i più comuni canoni estetici della critica occidentale, che si accosta alla produzione africana con un atteggiamento che egli definisce "tarzanismo" (1).

(1), da "From a Common Back Cloth, di Wole Soyinka, in The  American Scholar, voi. 32, giugno 1963, pag. 387-396, New York.

Il nostro autore afferma infatti di non credere nella creazione artificiale di un'estetica, perché all'in-terno di ogni cultura è già inserita un'estetica le-gata all'organizzazione di quella stessa cultura e quindi inseparabile da essa.

I critici occidentali sono incapaci di esaminare le culture africane, perché sono portati ad analizzarle secondo schemi e somiglianze con le culture occidentali; in ogni modo, essi non debbono far perdere di vista la specificità africana, I nostri critici sono incapaci di giudicale un'originale opera africana, perché ragionano in base ad analogie. On romanzo, secondo loro, assomiglia a Kafka, a Joyce, o a Proust; in sostanza, essi vedono nella produzione letteraria africana un frutto derivato dal mondo europeo.

   Tale critica giunge a definire "europei" gli scrittori africani, che si esprimono con vocaboli tipicamente occidentali, come aeroplano, bicicletta o treno; e giunge altresì a "consigliare" gli stessi africani di usare un linguaggio più propriamente indigeno, con equivalenti termini "folcloristici" ed "hollywoodiani" come "uccello di ferro", "cavallo d'acciaio" o "serpente fumante" (1). Si dimostra così la tendenza a giudicare un'opera non in "base ai contenuti, ma in "base all'uso dei termini linguistici, che invece sono considerati da Soyinka come semplice "involucro" struttura esterna in cui il contenuto viene forzato" (2).A proposito del contenuto e del suo significato più profondamente filosofico, Soyinka si rifà quella che egli chiama la "memoria muta", che è "più antica della memoria parlata ed ancor più della memoria"scritta" (3). Quest'ultima frase rivela, nello stesso tempo, la grandezza spirituale di Soyinka e della sua cultura.(1), da " Wole Soyinka: romanziere, poeta e drammaturgo nigeriano" di Vivan Itala in II Messaggero, 17.10.1986.

(2) da "Il mago della pioggia", di Vivan Itala,in _I1 Messaggero, 18.10.1986. (3), da "Tante Memorie", di Costantini C, in II Messaggero, 18.10

    In contrapposisione alla superficialità della critica occidentale nei confronti dell'Africa, considerata ancora come "la foresta di Tarzan, di Jein e di Cita, all'ombra del Kilimangiaro!". Per concludere comunque la discussione su questo "basilare argomento, ritengo giusto e doveroso ascoltare le parole, dure ma chiarissime, dello stesso Soyinka: Negritude was a creation by and for a small a small élite.The search for a ratial identity was conducted by and for a minuscle minority of uprooted individuals, not merely in Paris "but in the metropolis of French colonies.At the same time through the real Afric among the real populace of the african world would have revealed that these millions had never at any time had cause to question the existence of their Negritude. La negritudine fu una creazione di una sparuta élite destinata alla stessa élite.La ricerca di un'identità razziale fu condotta da e per una minuscola minoranza di individui sradicati, non solo di Parigi, ma nelle metropoli delle colonie francesi.Allo stesso tempo,fra la vera popolazione del mondo africano si sarebbe rivelato che questi milioni di persone non avevano mai assolutamente avuto motivi di porre in discussione l'esistenza della propria negritudine.

Emanuela Scarponi 

30-07-2021
                                                                                                                           Riforma dell’Onu e futuro del multilateralismo
                                                                                                    in periodo post-covid

         L'Organizzazione delle Nazioni Unite, in sigla ONU, abbreviata in Nazioni Unite, è un'organizzazione intergovernativa a carattere mondiale. Tra i suoi obiettivi principali vi sono il mantenimento della pace e della sicurezza mondiale, lo sviluppo di relazioni amichevoli tra le nazioni, il perseguimento di una cooperazione internazionale e il favorire l'armonizzazione delle varie azioni compiute a questi scopi dai suoi membri. L'ONU è l'organizzazione intergovernativa più grande, più conosciuta, più rappresentata a livello internazionale e più potente al mondo. Ha sede sul territorio internazionale a New York, mentre altri uffici principali si trovano a Ginevra, Nairobi e Vienna.
         Istituita dopo la Seconda Guerra Mondiale con l'obiettivo di prevenire futuri conflitti, ha sostituito l'inefficace Società delle Nazioni.
Il sistema delle Nazioni Unite comprende inoltre una moltitudine di agenzie specializzate, come il Gruppo della Banca mondiale, l'Organizzazione mondiale della sanità, il Programma alimentare mondiale, l'UNESCO e l'UNICEF. Il direttore amministrativo delle Nazioni Unite è il segretario generale, attualmente è il politico e diplomatico portoghese António Guterres, che ha iniziato il suo mandato quinquennale il 1º gennaio 2017. L'organizzazione è finanziata da contributi volontari e valutati dei suoi Stati membri.
In occasione dell’apertura della 75esima Assemblea Generale del 29 Ottobre 2020, il Segretario Generale dell’Onu Antonio Guterres ha dichiarato: “[…] Ci troviamo oggi di fronte a un passaggio fondamentale. Coloro che settantacinque anni fa fondarono le Nazioni Unite erano sopravvissuti a una pandemia, a una depressione globale, a un genocidio e a una guerra mondiale. Conoscevano bene il costo della discordia e il valore dell'unità. Perciò misero a punto una risposta visionaria, incarnata nella nostra Carta costitutiva, che mette al centro le persone. Stiamo vivendo oggi il nostro 1945. […] Il populismo e il nazionalismo hanno fallito. […] In un mondo interconnesso, è tempo di riconoscere un fatto: la solidarietà va nell'interesse di ciascuno di noi. Se non riusciremo a cogliere questa semplice verità, perderemo tutti […]”. E non è un caso se uno dei temi posti all’attenzione dell’Assemblea Generale quest’anno è “La Carta delle Nazioni Unite compie 75 anni: il multilateralismo in un mondo frammentato”.
          Dal 1945 ad oggi la Carta costitutiva delle Nazioni Unite ha subìto poche riforme significative mentre nel mondo si sono verificati alcuni fatti assai importanti: negli anni Sessanta la decolonizzazione, quando di fatto il pianeta disegnato da Yalta finì di esistere, nel 1989 la caduta del muro di Berlino, nel 2004 un Trattato costitutivo dell’Unione europea che le attribuiva personalità giuridica, rendendo l’Europa un soggetto politico e non più l'obsoleto feticcio sopravvissuto a Yalta.
Non c’è soltanto il problema di una diversa ingegneria istituzionale all’interno delle Nazioni Unite, ma anche la necessità di restituire all’ONU credibilità.
Ritengo importante che si possa assicurare, proprio in questi anni post covid, un multilateralismo ragionevole. Solo il multilateralismo infatti potrà essere accettabile per tutte le regioni e per tutti i popoli. Vi sono molte motivazioni alla base di tale orientamento. Le Nazioni Unite rappresentano un forum decisivo del multilateralismo, ma ritengo che proprio le Nazioni Unite abbiano bisogno di essere ammodernate affinché, in relazione ai loro compiti e alla loro composizione, possano avere un maggiore grado di accettabilità.
Se vogliamo fare in modo che le Nazioni Unite tornino ad essere il punto di riferimento di un nuovo multilateralismo, questo non passa soltanto attraverso la nostra capacità di incidere sul loro assetto istituzionale. Di fatto il multilateralismo, che vorremmo vedere affidato alle Nazioni Unite, in questi anni è stato sconfitto nella prassi. Infatti molto dipende dai rapporti di forza economica dei Paesi membri.
Il problema è capire se noi come consesso politico internazionale, e anche l’Unione europea, vogliamo conferire questa funzione, questo recupero di multilateralismo, questa governance mondiale sulla pace e sui diritti dell’Uomo alle Nazioni Unite. In questo è importante il ruolo dell’Unione europea.
            Ciò riguarda anche il processo decisionale dell'ONU che deve essere in grado di agire. Non serve, infatti, avere un'organizzazione internazionale senza un'adeguata capacità di agire.
Ebbene, dobbiamo fare in modo che in futuro sia possibile fare affidamento sulle decisioni dell'ONU proprio perché sappiamo che le sue posizioni possono essere realizzate. Ritengo che questo aspetto così come quello della riforma della composizione e delle procedure decisionali siano molto rilevanti.
Sullo sfondo c'è anche la dimensione politica unitaria dell’Unione Europea, che ha ripreso ad essere un punto di riferimento per gli Stati europei, proprio a causa della pandemia di covid 19 che ha richiesto una lotta unanime su scala umanitaria che potesse sconfiggere questo nemico invisibile in grado di annientare gran parte del genere umano.
              Questa è la prima pandemia che ha colpito il pianeta Terra a livello globale. E la risposta deve essere globale. Non vi è scelta. Nessuno può restare indietro. Ebbene, l’Onu può di nuovo svolgere un ruolo super partes atto ad intervenire.
La pandemia covid 19 ha fatto tornare indietro la civiltà umana economicamente, socialmente e culturalmente, con ripercussioni forti sui continenti più poveri. L’Onu può tornare ad essere il soggetto che abbia un proprio ruolo sullo scenario internazionale.
Le Nazioni Unite hanno grande importanza per le loro Agenzie (l’UNICEF e le altre istituzioni hanno esercitato un ruolo importante. Si può condividere in tutto o in parte l’azione delle Nazioni Unite, ma hanno la loro importanza.
Tuttavia l'ONU non deve essere eurocentrico bensì modellarsi un po’ su quella che si va prospettando come la governance globale del mondo, cioè sulle organizzazioni regionali.
Allora la prima cosa da chiedere è: lo Statuto dell’ONU è adeguato quando stabilisce che membri dell’ONU sono solo gli Stati nazionali? È ancora adeguata questa idea di governance, oppure nello Statuto dell’ONU deve entrare non più l’idea geografica dei continenti, bensì l’idea insieme giuridica e geografica delle regioni multi statali del mondo?
Ovvio perciò che, parlando di governance globale, si finisca a parlare dell’ONU e delle sue agenzie specializzate.
Tornando per esempio al caso del Covid-19, le recenti critiche mosse da più parti all’Organizzazione mondiale della sanità (che, nel caso di Trump, hanno assunto le dimensioni di vere e proprie accuse di collusione con la Cina, e che hanno portato lo scorso luglio all’annuncio del ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione) sono state molteplici, soprattutto riguardo alla tempistica e ad una certa contraddittorietà dell'informazione.
Il successo sarebbe maggiore se pensassimo di assegnare potere alle regioni multi statali che, seppure non sviluppate nei loro rapporti come l’Unione Europea, tuttavia rappresentano istituzionalmente, giuridicamente e politicamente un superamento dello Stato nazionale. È necessario cominciare da questo elemento di base.
Il sistema di voto, il cosiddetto one-country-one-vote, certo non è in grado di annullare, o almeno di controbilanciare adeguatamente, il peso politico ed economico dei grandi blocchi geopolitici (Usa, Cina, Ue, Russia e gli altri cosiddetti BRICS), che possono esercitare pressioni sui budget per indirizzarne i programmi e gli obiettivi.
Si rileva quindi l’opportunità di allargare la rappresentanza ad aree regionali, quindi non soltanto all’Unione europea, non soltanto alle grandi aree geografiche, ma anche ad aree territorialmente omogenee che hanno la necessità di essere attori.
            Accanto all’attenzione ai passaggi di ingegneria istituzionale nella riforma democratica e verso una maggiore rappresentatività delle Nazioni Unite, credo che il problema resti politico, resti un problema di volontà.
Dobbiamo dunque lavorare per un multilateralismo efficace perché nessun Paese, neppure la più grande superpotenza mondiale, può garantire l’ordine mondiale da solo ed essere “efficace” perché deve essere in grado di produrre decisioni che vengano rispettate, altrimenti è un multilateralismo impotente che diventa alibi dell’unilateralismo.
Infine c’è la grande questione del coordinamento delle politiche economiche e sociali: si parla di un Consiglio di sicurezza economico e sociale che sovrintenda e dia un indirizzo politico anche ad Agenzie multilaterali importanti, le quali non sempre, tuttavia, hanno avuto un ruolo di progresso, come la Banca mondiale o il Fondo monetario internazionale.
Bisogna essere capaci di agire a livello multilaterale, concordando le posizioni a livello delle Nazioni Unite e adottando soluzioni concrete e non soltanto ideali che all’atto pratico non consentono di agire. Dal punto di vista pratico, partecipazione o membership di organizzazioni regionali, e’ questione complicata sia dal punto di vista del diritto internazionale che da quello della prospettiva dell’importanza politica.
           Le Nazioni Unite, però, hanno sempre trovato una soluzione per tener conto di una determinata situazione contingente.
Si ribadisce quindi la necessità di riformare l’Onu, anche rispetto al problema degli immigrati, come lo stesso Kofi Annan evidenziò rispetto alla questione delle guerre e pose a noi Europei problemi estremamente forti ed importanti sulle contraddizioni della nostra democrazia, legate, ad esempio, alla questione degli immigrati e così via.
Ritengo, quindi, sia estremamente importante continuare tale confronto per riuscire a costruire delle relazioni tra il Parlamento europeo e quelli nazionali, affinché si possa veramente fare delle Nazioni Unite e dei nostri Parlamenti istituzioni vive e democratiche e che possano davvero fornire risposte globali a problemi globali.

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