IL GREEN DEAL: E’ TUTTO ORO QUELLO CHE LUCCICA? di ALESSANDRA DI GIOVAMBATTISTA 

In via generale occorre sottolineare che la UE ha predisposto le misure, viste nel primo articolo del 22 febbraio, in risposta al citato IRA statunitense che ha destinato uno stanziamento di circa 370 miliardi di dollari in favore delle produzioni basate sull’energia ed il clima; il pacchetto statunitense prevede forti sgravi fiscali sia per le imprese che produrranno negli USA sia per i consumatori che acquisteranno auto elettriche. Notizie recenti ci informano che la BMW intende investire circa 2 miliardi di dollari nella Carolina del Sud, così come ENEL che ha dichiarato di voler costruire una fabbrica di celle fotovoltaiche negli USA. Così la UE ha deciso di muoversi, però lo sta facendo sia in ritardo sia in modo disorganico ed individualista in quanto sembra voler garantire gli interessi delle singole nazioni e non già dell’Unione europea. Vediamo i perché di tale affermazione.
a) Uno dei pilastri che prevede l’allentamento dei vincoli sugli aiuti di Stato si basa sulla facilitazione dei finanziamenti pubblici verso i settori vocati alla sostenibilità; in tal modo però si favoriscono le nazioni europee che presentano i bilanci statali più solidi a discapito di quelli che hanno un rapporto debito/PIL molto più marcato (come l’Italia, dove è anche molto forte la pressione fiscale), i quali avrebbero limitazioni nelle politiche di finanziamento e non potrebbero concedere aiuti alle imprese nazionali. Infatti l’uso delle risorse già messe disposizione implicherà, per i paesi con alte esposizioni debitorie, il riposizionamento dei finanziamenti a favore delle attività produttive sostenibili, ma probabilmente a discapito del welfare, con possibili ricadute negative sul livello socio-culturale delle Nazioni più vulnerabili. Per evitare ciò, sarebbe opportuno rivedere le modalità e gli importi previsti dal PNRR o pensare alla creazione di un fondo sovrano comunitario finalizzato a tali finanziamenti; ma a tali ipotesi sono contrari Paesi come Germania, Olanda, Danimarca, Svezia e Finlandia, che non hanno un elevato tasso di indebitamento e che non sono quindi favorevoli ad un incremento del debito pubblico a livello UE. Quindi i citati Paesi, insieme alla Francia spingono per un allentamento del quadro di aiuti di stato per i settori green, ma senza prevedere ulteriori risorse che possano coadiuvare i paesi con situazioni finanziarie più complesse. Per una maggiore riflessione sul punto, si consideri che dei 672 miliardi di euro in aiuti di stato che la Commissione ha approvato nel 2022 alla Germania è stato assegnato il 53 per cento, alla Francia il 24 per cento ed all’Italia il solo 7 per cento; va da sé che il restante 16 per cento è stato redistribuito tra le altre 24 nazioni delle 27 che aderiscono all’UE.
b) Si aggiunga che i ministri dell’economia di Germania e Francia di recente si sono recati a Washington con l’intenzione, secondo le loro dichiarazioni, di difendere le condizioni di concorrenza leale tra Stati Uniti e UE. Sono partiti con l’intento di chiedere che gli Stati Uniti estendano agli alleati europei i sussidi garantiti alle aziende statunitensi, canadesi e messicane che producono tecnologie pulite. L’unico vero problema è capire se i due rappresentanti della UE (che dovrebbero essere andati in questa veste) agiranno per ottenere risultati positivi per tutti i paesi comunitari: la situazione economica va affrontata di comune accordo, diversamente si snatureranno le finalità dell’Unione Europea e potrebbero crearsi delle frizioni tra Paesi membri. L’aspetto importante in questo momento è cercare forme di collaborazione con gli Stati Uniti che dovrebbero includere i prodotti europei nei loro mercati; l’Italia rappresenta in Europa la terza economia, dopo la Germania e la Spagna, che si regge sull’export – quasi il 35 per cento del nostro PIL è rivolto alle esportazioni - e posizioni protezionistiche di certo non aiuterebbero. In più per problemi storici non siamo mai stati un Paese colonizzatore (se non per breve tempo), a differenza di molti altri paesi europei, come la Francia (dove ancora vige il diritto di signoraggio sul franco africano), che possono ancora far valere diritti sulle ex colonie, sia come investitori sia come acquirenti di materie prime. Solo in via incidentale si vuol sottolineare che la Libia, una delle ex colonie italiane, fu destabilizzata dalla Francia la quale decise, con l’aiuto degli USA, di sovvertire il governo di Gheddafi solo perché - tra le altre cose - egli aveva iniziato a pensare di liberare l’Africa dal franco africano e creare una moneta unica africana. Quella fu una dimostrazione di forza neocolonialista non giustificata, che ha incrementato l’instabilità nell’area mediterranea, con la conseguenza - così come è emerso anche nell’intervento del Prof. Gianluigi Rossi durante l’incontro in tema di cambiamenti climatici, organizzato dall’ONG Africanpeople, e che si è tenuto nella sede dell’UNAR di Roma il 12 febbraio c.a, - che oggi sia la Francia che l’Italia sono estromessi dalle trattative per la Libia, laddove invece sono presenti Turchia e Russia.
c) Il programma economico predisposto dalla UE non sembra affrontare in modo approfondito il problema dei Paesi africani e della salvaguardia delle loro ricchezze - compresa la protezione della cultura, dell’ambiente e della natura - che dovrebbero in primis essere utilizzate dai nativi; è di questi ultimi giorni l’appello fatto dal Papa nel suo viaggio apostolico in Congo ed in Sud Sudan: “giù le mani dall’Africa”. Nel piano del Green Deal si legge solo un velato impegno allo sviluppo di accordi con i Paesi africani per facilitare l’attrazione e l’espansione degli investimenti, con un’attenzione all’ambiente ed ai diritti del lavoro; in tutto ciò non viene però specificato se gli investimenti saranno per l’interesse di tutti o ad esclusivo vantaggio dell’Europa e dei soliti paesi ex-colonialisti. In più parti si è parlato di un “Piano Marshall” per l’Africa, per il suo sviluppo; sempre il Prof. Rossi, nel citato convegno ha sottolineato l’inadeguatezza della definizione - in prima battuta perché l’Africa è un continente con opportunità e risorse del tutto diverse da quelle dell’Europa post bellica - alla quale bisognerebbe sostituire quella di un “Piano Mattei” dove deve prevalere un atteggiamento di partenariato tra Europa ed Africa in cui sarà necessario un atteggiamento di condivisione di risorse e di rispetto culturale ed umano tra Nazioni; in tale contesto sarebbe auspicabile anche il coinvolgimento dell’Unione Africana (UA).
d) Oltre agli accordi con gli USA, c’è da ricordare che la partita si dovrà giocare anche con la Cina: quest’ultima assegna ingenti risorse alle proprie industrie che ormai fanno breccia, indisturbate, in tutti i paesi del mondo. Per contro le imprese europee incontrano notevoli difficoltà ad accedere al mercato cinese e a far rispettare il diritto di proprietà intellettuale. Inoltre la Cina è ormai già presente in Africa ed ha il diritto di sfruttamento di molte delle miniere di materie prime e non solo: da ormai 20 anni è entrata nel tessuto socio-economico africano senza che l’Europa si interessasse minimamente al problema. Prevedere ora un Club delle materie prime, senza pensare alla presenza cinese ed eventualmente allo sviluppo di forme di cooperazione con la Cina, potrebbe risultare dannoso ed inopportuno: un testa a testa contro questo colosso economico - finanziario vedrebbe certamente capitolare l’Europa.
e) Altro rischio si può intravedere nella richiesta da parte della Commissione di applicare rapidamente ed in modo automatico il regolamento (AFIR); in generale sembra che si trascuri il ruolo fondamentale della normativa, già esistente a protezione dell’ambiente, che deve essere posta alla base delle scelte di investimento delle aziende. La deregolamentazione in un settore nuovo può essere nociva in quanto può incentivare nuove forme di reati in ambito di transizione verde, lasciando spazio alla malavita e alla corruzione che, non più assoggettate a controlli e a norme stringenti, potrebbero aggirare i paletti della legalità.
f) Ulteriore spunto di riflessione va ricercato nelle politiche che vertono sul miglioramento delle competenze umane, con lo scopo di creare posti di lavoro di qualità e ben retribuiti, influendo specialmente sull’istruzione; in questo contesto il timore si volge verso il controllo - attraverso gli indicatori dell’offerta e della domanda di competenze nei settori rilevanti per la transizione ecologica nonché dei finanziamenti pubblici e privati dirottati verso tali settori - delle scelte dei cittadini in ambito didattico e professionale. Occorre garantire la libertà di scelta del tipo di istruzione e di professione che i soggetti vorranno svolgere, in quanto, nel momento in cui si dirottano risorse verso un settore, a parità di condizioni, c’è sempre un altro settore che ne soffre le conseguenze negative per effetto dei definanziamenti. Non ultimo sarà indispensabile garantire la giusta retribuzione per qualsiasi attività svolta, nonché la libertà di didattica e di istruzione: saremo ancora liberi di scegliere cosa fare, cosa studiare, cosa insegnare? Oppure si dovranno studiare solo materie tecnico scientifiche a scapito delle materie umanistiche che formano l’animo dell’uomo e ne esaltano le corde della sensibilità e dell’interiorità, oggi così tanto trascurate?
g) Altra attenzione va posta sul problema dei finanziamenti: il Piano più volte richiama sia quelli pubblici, sia quelli privati; in ogni caso l’interesse ritorna solo in capo al cittadino in quanto le risorse pubbliche provengono dall’imposizione fiscale pagata dai contribuenti, mentre quelle private dal risparmio dei singoli. Fatta tale precisazione l’obiettivo del mercato unico dei capitali, contenuto in uno dei quattro pilastri del green deal, è quello di voler raggiungere la mobilitazione dei capitali privati per ottenere un mercato più dinamico e competitivo a livello mondiale, nel breve e medio termine. In tal senso si vuole:
• creare un punto unico di accesso europeo (ESAP) per gli investitori al fine di ottenere informazioni pubbliche di natura finanziaria e in tema di sostenibilità delle imprese;
• riesaminare il regolamento sui fondi di investimento europei a lungo termine (ELTIF) per facilitare gli investimenti anche da parte dei piccoli investitori verso quelli a lungo termine;
• riesaminare la direttiva sui gestori di fondi di investimento alternativi (GEFIA) per armonizzare le norme che consentono ai fondi di concedere prestiti alle aziende;
• riesaminare il regolamento sui mercati degli strumenti finanziari (MIFIR) per migliorare la trasparenza delle informazioni sulle negoziazioni e per agevolare gli investitori.
Così come presentata sembra essere una risposta adeguata alle sfide future di incrementi e diversificazioni dei capitali che le aziende potrebbero utilizzare in progetti di sviluppo e ricerca a favore delle economie sostenibili, con un’attenzione particolare verso le piccole e medie imprese che più di tutte soffrono di carenza di finanziamenti. Secondo uno studio della commissione europea tra il 2008 ed il 2013 le imprese presenti sul territorio europeo avrebbero potuto beneficiare di ulteriori 90 milioni di euro di risorse finanziarie se il mercato dei capitali unico in Europa fosse stato più efficiente. Tuttavia uno dei punti di criticità nell’indirizzare risorse finanziarie verso le realtà aziendali è nel trade off tra le scelte/interessi dei managers e quelle dei proprietari/imprenditori, e più in generale di tutti gli stakeholders dell’azienda interessati al perdurare nel tempo della stessa. Infatti le attuali forme di governance aziendali, il più delle volte, vedono ai vertici dei managers che sono scollati dalla proprietà e con un occhio attento alla conferma e alla persistenza nel tempo della loro presenza e dei loro benefici all’interno dell’azienda. Già Adam Smith, che non poteva conoscere le dinamiche delle grandi società per azioni dei nostri tempi, scriveva: “Essendo (i manager ndr) i gestori del denaro altrui invece che del proprio, non ci si può attendere che essi lo sorveglino con la stessa ansiosa vigilanza con la quale i soci [in un’impresa gestita dai proprietari] solitamente sorvegliano il proprio denaro (…) Negligenza e prodigalità, pertanto, finiscono sempre per prevalere, bene o male, nella gestione degli affari di una tale società.” Questa separazione si trova più spesso nelle grandi società con azionariato diffuso in cui i proprietari, non riuscendo a coordinarsi tra loro a causa di interessi eterogenei, non riescono più ad influire direttamente sulle scelte dei managers, e pertanto non ne controllano più le decisioni. Gli azionisti/investitori hanno a cuore essenzialmente la massimizzazione dei profitti che rappresenta la quota di reddito a loro destinata (che si traduce nei dividendi) e che può rappresentare una modalità attraverso la quale i managers riescono a farsi riconfermare nel tempo aldilà delle reali performance aziendali. Infatti si assiste spesso a situazioni in cui nell’intento di voler garantire un elevato dividendo le aziende riducono gli investimenti e la forza lavoro, generando così disoccupazione, riduzione dei salari e minore sviluppo aziendale. Tale problematica viene ulteriormente amplificata se gli investimenti vengono finanziati con capitale di debito e non già mediante autofinanziamento: tale situazione indebolisce la struttura economico finanziaria della società e le conferisce rigidità, compromettendo la sua capacità di sopravvivenza sul mercato. Pertanto sarebbe utile conoscere ed approfondire le metodologie che l’Unione dei Mercati dei Capitali, all’interno della UE, utilizzerebbe al fine di incoraggiare gli investimenti e stimolare gli investitori privati a concedere finanziamenti soddisfacendo interessi che, andando aldilà del pagamento dei dividendi, riguardino tutti gli stakeholders.
h) Occorre poi sottolineare la delicatezza della questione riguardante il notevole volume di risparmio che gli italiani detengono, rispetto alla media dei paesi UE e del resto del mondo, e che dovrebbe confluire sul mercato unico a favore di tutte le aziende europee, indistintamente. Per la Commissione europea i mercati dei capitali ampi e integrati faciliteranno la ripresa dell’Ue, assicurando che le imprese, in particolare le piccole e medie imprese, abbiano accesso a fonti di finanziamento e che i risparmiatori europei aumentino la fiducia negli investimenti per il loro futuro. In questo ambito l’attenzione va posta su un problema che andrebbe preventivamente risolto ed arginato: il probabile deflusso di risorse finanziarie dall’Italia verso aziende europee, molto probabilmente tedesche, francesi, olandesi, spagnole, depotenziando ancora di più le aziende italiane, essenzialmente piccole e medie imprese, poco forti sui mercati rispetto ai competitor europei citati. In tale contesto bisognerà evitare scenari di disomogeneità e squilibrio, con possibili conflitti interni alla UE ed ulteriore allargamento delle disuguaglianze dove i forti saranno sempre più forti e compatti ed i deboli sempre più deboli ed isolati.
Si ha come la sensazione che nel futuro dovremo assistere ad una “dittatura del green” dove massimo sarà il controllo della maggioranza delle persone a vantaggio della libertà di pochi, definiti non inquinanti. Occorre che la programmazione aziendale abbia uno sguardo sul lungo periodo, che vada ben oltre i 10 anni, e che arrivi a coprire anche 50, 60 anni; prendo da qui lo spunto per un breve ma significativo esempio, che vuole essere anche una provocazione: oggi chi monta i pannelli fotovoltaici è green e sostenibile, ma quando tra 20 anni dovrà dismettere l’impianto e le celle fotovoltaiche, diventerà immediatamente inquinante!