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TRAGHETTATI NELL’IMPENSABILE: LA FINESTRA DI OVERTON di Alessandra di Giovambattista

TRAGHETTATI NELL’IMPENSABILE: LA FINESTRA DI OVERTON

di Alessandra di Giovambattista

 30-05-2024

Nell’universo del potere politico e della comunicazione sociale, uno degli argomenti che più incuriosisce, intriga e purtroppo preoccupa è la finestra di Overton; in estrema sintesi essa palesa una strategia psico-sociologica che tende alla percezione prima, ed alla persuasione poi, di idee ancora non presenti in una collettività ma di cui se ne vuole l’adesione nell’immediato futuro. Il padre di tale teoria di ingegneria sociale fu il sociologo statunitense Joseph P. Overton (ingegnere e studioso di diritto; 1960 – 2003) che lavorò dapprima nel Centro studi statunitense Mackinac Center for Public Policy (associazione senza scopo di lucro che analizza le politiche pubbliche a tutto tondo) e successivamente ne divenne il vice presidente. Morì in circostanza tragiche, in un incidente aereo alla guida di un ultraleggero; tuttavia prima di morire era riuscito a rendere pubblica la sua teoria circa gli effetti sulla popolazione dei “centri di influenza del pensiero” ideando uno schema di ingegneria psico-sociale che porta il suo nome: la finestra di Overton (The Overton window).

Per comprendere la sua teoria occorre immaginare le idee, presenti in una determinata società e in un preciso momento, come flussi che attraversano liberamente una ipotetica finestra. Il fatto che tali idee passino attraverso questa finestra è legato all’accettazione di esse da parte della maggioranza delle persone; se un’idea non passa, cioè non fluisce attraverso la finestra e - con un’immagine molto fisica - si scontra sul suo telaio, è perché non è popolare e quindi è considerata inaccettabile. Tuttavia la posizione della finestra non è fissa, ma scorre nel tempo, così come non è fisso il suo telaio che può ampliarsi o restringersi in modo da aumentare o ridurre il flusso di idee considerate ammissibili. Quindi la finestra di Overton è un modello che rappresenta le idee e le teorie presenti ed accettate da una collettività in uno specifico momento: al centro della finestra si trovano le idee più condivise ed accettate, mentre andando verso i lati si incontrano le ipotesi meno popolari, fino ad arrivare a quelle definite come “impensabili ed inaccettabili”.

Overton ha evidenziato che negli Stati Uniti, ma anche altrove, sono state costruite campagne a favore di idee non accettate e considerate inammissibili attraverso un percorso graduale in cui è stato possibile individuare delle precise fasi che conducono, alla fine, alla persuasione delle masse da parte dei poteri politico economici. Esso rappresenta quindi uno dei modi tramite il quale si rendono progressivamente possibili i cambiamenti nell’opinione pubblica al fine di far accettare pienamente delle nuove idee - al momento attuale non volute, impensabili e respinte - e trasformarle in leggi. Tuttavia la problematica più rilevante, e forse più allarmante, riguarda il fatto che spesso le nuove impostazioni nascono da un gruppo molto ristretto di soggetti i quali saranno anche i beneficiari esclusivi dei vantaggi rivenienti dalle novità, a discapito del resto della collettività.

Ma vediamo come funziona effettivamente questa strategia di comunicazione politico sociale che si muove percorrendo specifici stadi, seguendo un percorso che avvicina la collettività all’obiettivo passo dopo passo, somministrando, quasi giornalmente, piccole dosi di indottrinamento. All’inizio del percorso l’idea che si vuole introdurre risulta assurda, immorale o vietata (fase dell’inconcepibile/impensabile). Il gradino successivo è rappresentato da un iniziale dibattito riservato a ristretti circoli di c.d. “esperti” (scienziati, giuristi, medici, storici, economisti, ingegneri, ecc) che iniziano a divulgare l’idea attraverso convegni e dibattiti; si costituiscono anche organizzazioni o associazioni a favore del pensiero innovativo (fase del radicale dove cioè il nuovo pensiero rimane vietato ma iniziano a crearsi delle eccezioni). Il terzo stadio coinvolge i mezzi di comunicazione di massa che iniziano un pubblico dibattito ma ne parlano inserendo dei distinguo nell’ambito della discussione, cercando di coniare anche terminologie nuove e meno dirette ed impattanti rispetto al problema iniziale - che si percepiva come inconcepibile – e mettendo in evidenza anche i precedenti storici (fase dell’accettabile). Il passo successivo vede coinvolti alcuni studiosi ed esperti che hanno il compito di iniziare a presentare l’idea come accettabile solo in casi di estrema necessità o di eccezionalità; è in questo momento che viene infranto il velo dell’impensabile o impossibile (fase in cui l’idea diventa ragionevole). Da qui in poi l’argomento fa il suo ingresso in dibattiti sempre più ampi dove partecipano anche persone non esperte, opinionisti e persone comuni; si girano film o spot pubblicitari e incominciano a separarsi i gruppi in favorevoli, contrari o disinteressati. Personaggi famosi dello spettacolo, dello sport, della moda e gli influencer iniziano a schierarsi, peraltro sottolineando il concetto di relatività dello pseudo diritto, della libertà a tutti i costi di seguire qualsiasi idea anche qualora fosse estremamente aberrante, con la finalità di indurre la maggioranza a ritenere accettabile e condivisibile il nuovo pensiero. A questo punto il dibattito acquisterà una valenza politica: si chiederà al mondo politico di normare la nuova fattispecie (fase popolare). L’ultima fase vede la formazione di gruppi di potere che liberalizzano e legittimano del tutto l’iniziale idea considerata inconcepibile, ed anzi stigmatizzano i contrari accusandoli di intolleranza e di arretratezza culturale, dando luogo a dibattiti polemici; si promulgano leggi che consentono di insegnare nelle scuole le nuove impostazioni per far entrare definitivamente la nuova idea nel pensiero comune e di massa, in un percorso che porta verso forme di pensiero unico (fase politica della legalizzazione in cui la nuova idea diviene dogma).

La sequenza delle varie fasi evidenzia un percorso che va oltre il lavaggio del cervello; utilizzando sottili tecniche psico-sociologiche si induce il soggetto a ritenere che sia egli stesso ad avere quella determinata idea, e che il potere politico l’ha solo esplicitata e resa fruibile: è di fatto una manipolazione della coscienza di massa. Anzi alcune volte, attraverso la connivenza di personaggi che hanno molta popolarità ma davvero poco spessore umano e culturale, si fingono dei dibattiti, anche degli scontri estremi, con parti ben organizzate per trainare l’opinione pubblica verso ciò che il potere effettivamente vuole. In questo teatrino di assurdità, sarebbe interessante indagare, in modo approfondito, sui processi e gli stimoli psicologici che inducono la collettività a farsi trascinare da personaggi anche abbastanza discutibili, in una sorta di cieco e superficiale atteggiamento di affidamento.

Quindi la teoria di Overton sottolinea che in un determinato periodo si apre una finestra che, attraverso le fasi viste, può far fluire ed accettare idee o fatti sociali che altrimenti non sarebbero mai stati legittimati. Inoltre questa strategia offre una falsa visione del soggetto di potere che sembrerebbe trainato dagli eventi ma che in realtà ne è il subdolo sostenitore e se non avesse proceduto in questo modo non avrebbe potuto raggiungere l’obiettivo prefissato in quanto avrebbe potuto perdere il consenso sociale perché accusato di estremismo.

Ciò detto gli spunti di riflessione sono tanti; nell’esaminare quanto accaduto negli ultimi decenni potremmo identificare diverse situazioni che hanno visto il passaggio attraverso le varie fasi ipotizzate da Overton, dove si è premuto l’acceleratore soprattutto sul senso di urgenza e sullo screditamento delle notizie e delle informazioni non allineate ai centri di potere (spesso troppo rapidamente e volutamente identificate come fake news): crisi economiche, problemi climatici, questioni biologico-sanitarie, conflitti sociali, frequenti riforme della scuola. Dobbiamo riconoscere che l’esplicitazione di questa architettura sociale apre la mente allo smascheramento del processo di formazione e manipolazione dell’opinione pubblica; con la dovuta attenzione e con spirito critico è possibile comprendere la strategia che il potere politico ed economico usa e che si cela dietro il flusso di opinioni guidate da mass media, influencer e soggetti noti alla maggioranza del pubblico che, il più delle volte e a caro prezzo, si rendono disponibili ai potenti di turno. Di fatto negli anni più recenti abbiamo assistito, in modo più o meno esplicito, alla legittimazione di pensieri ed idee che hanno contribuito a distaccare e a porre in conflitto le generazioni (giovani contro adulti ed anziani e viceversa), a creare caos sociale, ad omologare costumi, radici, culture, gusti dei diversi popoli, appiattendo ed anestetizzando il pensiero dei singoli individui (il grande responsabile si può individuare nel processo di globalizzazione, anch’esso il prodotto dello svolgersi delle fasi individuate da Overton). Se volessimo vedere le persone dall’alto, senza troppo coinvolgimento emotivo, forse vedremmo una massa indistinta ed acritica di soggetti indotti tutti a pensare alla stesso modo, dove scatta la gogna mediatica e si viene emarginati se non ci si adegua a quello che il potere vorrebbe divenisse il pensiero unico: si assiste ad una sorta di demonizzazione delle idee opposte, che sono invece, se civilmente esposte e discusse, alla base del progresso umano (la teoria filosofica della tesi, antitesi, sintesi, produce un processo di crescita del pensiero, della mente e del cuore).

È netta la percezione che oggi si può avere circa la volontà dei centri di influenza del pensiero (centri di potere) di allontanare i giovani, che rappresentano la vera risorsa del futuro, dalle loro famiglie (e viceversa) e renderli il più possibile ignoranti, ma allo stesso tempo infarciti di nozionismo; solo così il popolo diventa manovrabile, perde le sue radici ed il senso di verità e di realtà. Far credere che la scienza e la tecnologia debbano avere il predominio rispetto alla spiritualità, al calore umano ed alla condivisione, è un’impostura. L’uomo è corpo, psiche e anima è una realtà complessa che non può sopravvivere in un mondo di solitudine e di materialismo. Oggi si condividono le informazioni e le notizie a distanza di migliaia di chilometri ma non ci si accorge della sofferenza e del disagio all’interno della propria famiglia. Emerge così un forte senso di individualismo ed egoismo - ci si distacca da una visione di collettività e di socialità - atteggiamenti che traghettano l’uomo verso forme di potere monocratico e verso linguaggi ed atteggiamenti di odio e di violenza.

L’essere umano preso nella sua solitudine è molto più vulnerabile e soggiogabile; se invece si organizza in gruppo può trasformarsi o in una belva violenta, se si nutre di rabbia e risentimento e fa il gioco del potere che intende dominare le masse (il famoso “branco”), oppure in un fascio di luce, in una guida per coloro che si sentono disorientati, se si nutre di sentimenti di condivisione e di fratellanza (le “comunità”). È allora abbastanza evidente che l’essere umano è il prodotto di ciò di cui si alimenta: il pensiero, l’anima, la coscienza se ascoltano e vivono “il bene”, i messaggi spirituali e filosofici (purché siano a favore dell’uomo e ne esaltino i sentimenti di solidarietà e amicizia fraterna), saranno in grado di creare un percorso di condivisione e di serenità. È evidente che occorre anche creare l’ambiente adatto - ognuno di noi è parte della collettività - ma purtroppo se non ci si rende conto di essere diventati tutti dei burattini sarà difficile smascherare i centri di potere; più passa il tempo e più sembra che questa deriva verso il pensiero unico sia inarrestabile. Occorre reagire: creare una coscienza critica e tentare di vedere in realtà chi e cosa ci sia dietro alle informazioni, rifiutare di essere traghettati verso forme di pensiero violente, cattive e buie che l’uomo saggio non può condividere, è necessario cercare di speculare e di approfondire le problematiche; è faticoso ma illumina la mente! Lavorare interiormente - aumentando le conoscenze e incentivando la riflessione, la lettura e l’ascolto - potrà forse aiutare ad arginare il “culto della superficialità e del relativismo” così vivo, purtroppo, nella società odierna.

A questo punto si pone una domanda d’obbligo: quello che oggi e quotidianamente pensiamo è frutto di un individuale, ed originale processo del nostro pensiero o siamo piuttosto imbrigliati in una strategia di manipolazione di massa?

 

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30 Maggio 2024

LA RESPONSABILITÀ D’IMPRESA, UN MODO PER CONTRASTARE LE DISUGUAGLIANZE di Alessandra Di Giovambattista

LA RESPONSABILITÀ D’IMPRESA, UN MODO PER CONTRASTARE LE DISUGUAGLIANZE

di Alessandra Di Giovambattista

 23-06-2024

La responsabilità sociale dell’impresa è oggi un approccio sempre più presente all’interno delle modalità di scelta e di gestione delle strategie aziendali. Viene definita nel mondo anglosassone come Corporate Social Responsability (CSR) e si basa sull’impegno da parte delle imprese di scegliere comportamenti etici che siano in grado di contribuire a garantire la sostenibilità dell’azienda nel lungo termine e contestualmente a sviluppare il livello di benessere della società. Infatti da un lato si assiste ad un miglioramento della reputazione dell’impresa, dall’altro alla costruzione di un clima e di un ambiente lavorativo più sostenibile e meno ostile a vantaggio di tutti i portatori di interessi aziendali (i c.d. stakeholders): dai lavoratori, ai fornitori, ai clienti, agli investitori, alla collettività nel suo complesso. La responsabilità sociale d’impresa è la filosofia che muove il nuovo sistema di sviluppo sociale ed ambientale del tessuto imprenditoriale (definito dai parametri relativi all’ambiente, all’impatto sociale e ai principi di governo aziendale, meglio conosciuti come sistema ESG: Environmental, Social e Governance), che permette alle aziende di coniugare obiettivi di massimizzazione del profitto con quelli di rispetto delle esigenze sociali ed ambientali della comunità su cui agisce l’azienda. L’obiettivo principale è la sostenibilità economica che implica non solo il rispetto di condizioni economico-finanziarie, ma soprattutto di standards qualitativi di vita che permettano di garantire performances ambientali, sociali e di governo aziendale alla luce anche degli obiettivi indicati nell’agenda 2030 delle Nazioni Unite. Quest’ultima è un programma che comprende diversi obiettivi di sviluppo comuni, che quindi riguardano tutti i Paesi, e tra i più impegnativi ricordiamo: la lotta alla povertà, l’eliminazione della fame e il contrasto al cambiamento climatico.

Già da queste brevi note si evidenzia l’attenzione di tale approccio alle concrete ricadute delle azioni aziendali sul territorio e sulle persone. In particolare l’analisi va esplicitata: con riferimento all’ambiente, considerato come il territorio in cui l’impresa opera e che deve essere preservato e difeso da azioni di depauperamento incontrollato ed inefficiente delle risorse, dall’inquinamento del terreno e delle falde acquifere – con una particolare attenzione alla gestione del ciclo dei rifiuti e del loro processo di riciclo - dalla deforestazione e dall’inquinamento dell’aria. Con riferimento alle ricadute sociali, intese sia come relazioni tra lavoratori all’interno dell’azienda (nel rispetto dei diritti e dei doveri, della politica retributiva e di garanzia delle singole peculiarità senza disparità di genere e cercando di attuare modalità di inclusione, della sicurezza e della salute degli ambienti lavorativi) e tra tutti gli stakeholders sia come relazioni tra l’azienda e il contesto sociale in cui si trova (rispetto della legislazione vigente in un determinato territorio, delle tradizioni, della cultura, dell’equità e della giustizia sociale, dei diritti umani). Con riferimento alla gestione del governo aziendale, della sua organizzazione dirigenziale e delle strategie che devono essere rispettose della legalità normativa, deontologica ed etica (contrasto della corruzione, delle connivenze di tipo malavitoso, delle pratiche di concorrenza sleale, adeguatezza delle retribuzioni, ecc.), basata comunque sull’analisi continua dei risultati economico-finanziari per garantire il più alto grado di efficacia ed efficienza possibili (alla ricerca delle migliori pratiche e performances in un determinato ambito che vengono comunemente definite come best practises).

Nonostante la bontà dei presupposti, il capitolo sulla responsabilità d’impresa è rimasto finora inattuato dalla gran parte delle aziende; il grande problema in tale ambito lo si può riscontrare nel fatto che l’insieme dei programmi e degli obiettivi, nonché le modalità sul come raggiungerli, sono in realtà criteri e pratiche di tipo volontaristico, per le quali non sono state previste sanzioni qualora non si seguano le indicazioni fornite. Tuttavia la responsabilità d’impresa nasce come un impegno necessario e pressante a cui tutte le aziende non dovrebbero sottrarsi almeno in ragione di un obbligo derivante da un contratto sociale, da una sorta di dovere sia etico sia funzionale che restituisce il giusto peso e la giusta collocazione alle aziende incardinate in un contesto di economia a servizio dell’uomo, che deve veder garantito il diritto al futuro per sé e per le prossime generazioni.

Negli anni passati l’Unione Europea si era limitata a varare dei piani mentre, di recente, il 24 maggio del corrente anno, ha formalmente adottato una direttiva – in attesa di firma e pubblicazione - ultima tappa di un lungo processo decisionale, concernente il dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità. In particolare l’atto si rivolge alle aziende di grandi dimensioni a tutela dei diritti umani e di protezione dell’ambiente al fine di arginare gli impatti negativi delle politiche di produzione e prevedere delle forme di responsabilità. L’impegno ed i doveri si estendono non solo all’azienda specifica ma anche alle sue affiliate e comunque ai soggetti inseriti nella rete di attività complessiva. Dovranno pertanto essere implementati sistemi di indicatori (che verifichino i parametri visti sopra e indicati come ESG che sono già contemplati dalla direttiva sulla definizione del sistema di indicatori per verificare la sostenibilità aziendale, cioè la CSRD – Corporate Sustainability Reporting Directive) che monitoreranno, anche attraverso la rendicontazione, l’impatto delle aziende sull’ambiente, sui diritti umani e sugli standard sociali. Questi sistemi di indicatori basati sul controllo delle azioni aziendali, affinché non si peggiori la situazione ambientale esistente, permetteranno di monitorare, prevenire ed eventualmente sanare le violazioni dei diritti umani o i danni ecologici prodotti. Nel caso di trasgressioni le imprese dovranno adottare misure atte a mitigare, arrestare o prevenire impatti negativi e potranno essere ritenute responsabili dei danni causati e conseguentemente chiamate al risarcimento.

In tale ampio contesto, si vuole qui approfondire un aspetto che si reputa basilare per la buona riuscita degli intenti che si desiderano raggiungere con tali direttive; in particolare ci si vuole interrogare su come l’attività d’impresa - agendo sul livello di diseguaglianza tra soggetti, ma anche con riferimento all’ambiente in termini di utilizzo di risorse e ricadute negative – possa, se ben manovrata, contrastare le disparità. In particolare risulta interessante indagare su come il governo di impresa rappresenti un tema di approfondimento in termini di giustizia sociale. Questo aspetto rischia però di essere incompreso qualora si consideri il governo aziendale esclusivamente basato sul concetto di efficienza (e non anche sul concetto di efficacia che per sua natura abbraccia temi che vanno ben oltre il semplice utilitarismo economico-finanziario) dove non possono trovare posto i presupposti su cui si basa la giustizia sociale.

Cerchiamo di fare chiarezza: un sistema aziendale, in quanto presente su un determinato territorio, si incardina in uno specifico contesto ambientale, giuridico, sociale; quindi una delle prime analisi che l’azienda effettua nella fase iniziale previsionale, in fase cioè di business plan, è sicuramente l’esame del territorio e delle normative alla ricerca del miglior rapporto tra opportunità, diseconomie e rendimento del capitale. Quindi un esame preventivo circa la libertà di accesso alle risorse espresse in termini di disponibilità di capitale finanziario, umano, sociale, di diritti di proprietà e di uso. Tali elementi di analisi prodromica sono alla base delle concrete possibilità di svolgimento dell’attività da parte dell’azienda in quanto la distribuzione del reddito tra i diversi fattori della produzione, dipende anche e soprattutto dalle condizioni socio-politiche, organizzative e di mercato presenti su un determinato territorio ed in un determinato momento. Pertanto le condizioni presenti definiscono ed influiscono sulle scelte strategiche aziendali; il tutto, se ci si sofferma un attimo, ci aiuta a comprendere il fenomeno delle delocalizzazioni aziendali verso Paesi in via di sviluppo dove, essendo spesso del tutto inesistente ogni forma di garanzia dei diritti, le aziende possono muoversi liberamente ed in modo spregiudicato.

Connesso a tali aspetti c’è poi quello relativo all’imposizione fiscale, anche essa rappresenta una delle variabili che determinano le scelte strategiche dell’impresa. Quest’ultima in particolare è molto sensibile alle politiche di redistribuzione reddituale in quanto è attraverso la politica fiscale che si attuano le modalità di tassazione dei contribuenti e si garantiscono le misure di benessere sociale attraverso sussidi e trasferimenti. In ultima istanza una delle variabili più attenzionate sarà il reddito effettivo netto, cioè disponibile dopo l’imposizione, che residua per ogni singolo contribuente che sia consumatore e quindi elemento della componente aggregata della domanda di beni e servizi, sia produttore e pertanto componente dell’offerta di beni e servizi.

L’approccio della responsabilità aziendale si presenta quindi necessario, in questa fitta rete di connessioni, per indagare sulla filiera produttiva e sulle sue ricadute in termini ambientali, sulle politiche sociali e retributive poste in atto dall’impresa per escludere comportamenti che violino il giusto compenso retributivo, attraverso pratiche di sfruttamento dei singoli addetti, e le norme di diritto sindacale e del lavoro necessarie per garantire la sicurezza e l’igiene dell’ambiente lavorativo, per verificare la tutela del diritto dei minori a non essere utilizzati come forza lavoro, e per contrastare ogni forma di emarginazione di genere, di etnia, di religione, di inclinazione sessuale. Sarà inoltre importante vigilare sul rispetto delle norme sulla concorrenza del mercato per evitare comportamenti che utilizzino politiche dei prezzi aggressive, sfruttamento sotto costo di materie prime e pratiche di corruzione per ottenere vantaggi e benefici amministrativi e/o politici.

In sintesi si auspica che il controllo della responsabilità sociale dell’impresa possa essere un primo passo per provare a coniugare l’attività aziendale con la giustizia sociale, provando cioè ad uscire da un mero concetto utilitaristico di efficienza (con tutte le ricadute negative in termini di incontrollato sfruttamento dei fattori della produzione) e cercando di ampliare lo sguardo e l’analisi verso forme di ampia efficacia che permettano cioè il raggiungimento di fini sociali, ambientali, giuridici, politici, basati sull’equità sociale. Posto in questo ambito risulta abbastanza evidente come il governo di impresa, attraverso questa nuova prospettiva, possa divenire oggetto di indagine e di concreta garanzia di politiche per la giustizia sociale e l’equità che tendano a contrastare le disuguaglianze pur nel rispetto delle strategie di efficacia aziendale.

A ben vedere questa impostazione non fa altro che potenziare i principi già esistenti nel concetto di economicità aziendale per i quali l’azienda, come organismo vivente complesso, costituito essenzialmente da esseri umani, ha come finalità l’equilibrio di tutte le risorse impiegate e la loro equa retribuzione e distribuzione, per poter garantire la sua sopravvivenza nel tempo. Ma ci si domanda: di fronte allo sfruttamento incontrollato di persone, materie prime ed ambiente potrà l’azienda sopravvivere nel futuro, nel tempo? E gli esseri umani in questo contesto, dove di collocano? La partita si gioca su una riflessione molto più ampia dove fare impresa non è un processo fine a sé stesso, ma è piuttosto una modalità attraverso la quale si esprime la creatività, la tenacia, la capacità umana che deve avere come primo presupposto il benessere condiviso e la speranza di futuro, per tutti.

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23 Giugno 2024

LA PERSECUZIONE DEI CRISTIANI NEL MONDO di Alessandra Di Giovambattista

LA PERSECUZIONE DEI CRISTIANI NEL MONDO

di Alessandra Di Giovambattista

 

07-07-2024

Oggi si fa un gran dire di libertà e tutela dei diritti umani e tra questi, in tutte le Costituzioni dei paesi c.d. democratici, è protetto il diritto di libertà di professare la propria religione. Questa è forse una delle forme di espressione di indipendenza più importanti e così intima per la quale l’uomo dovrebbe esigere la tutela più completa e senza alcuna riserva o rinuncia.

Tuttavia si assiste a ben altri scenari: tra le religioni più perseguitate al mondo troviamo quella cristiana. Per assurdo è la religione basata sull’amore verso il prossimo e su una speranza di vita ultraterrena, eterna, che però ha sempre incontrato l’ostilità del mondo esterno. Sin dall’inizio le prime comunità cristiane, secondo quanto dichiarato negli scritti del Nuovo Testamento (i Vangeli e gli Atti degli Apostoli), hanno subito atti persecutori in principio da parte degli ebrei; ricordiamo infatti che furono le autorità ebraiche di Gerusalemme a tentare con tutti i mezzi di ostacolare la divulgazione e la predicazione del Vangelo, cioè della nuova e promettente notizia. Uno dei più grandi apostoli del Cristianesimo, Paolo di Tarso, era egli stesso, all’inizio, un membro della setta ebraica dei Farisei e come tale un fervente ed accanito persecutore della nuova Chiesa di Gesù Cristo. Le persecuzioni da parte degli ebrei sono testimoniate anche dallo storico Flavio Giuseppe in occasione della morte per lapidazione, decretata dal Sinedrio per mezzo del sommo sacerdote ebreo Anone, di San Giacomo il Maggiore.

Successivamente, intorno all’anno 64 d.c. iniziarono le persecuzioni più crude e violente da parte dell’impero romano, nella persona di Nerone - la cui testimonianza viene resa anche dallo storico e politico Tacito - che accusò i cristiani di aver appiccato l’incendio che distrusse gran parte della città di Roma. Secondo la tradizione storica i più importanti apostoli, S. Pietro e S. Paolo, trovarono la morte nella città eterna durante queste prime persecuzioni. Nel 112 iniziarono le persecuzioni da parte di Traiano e nel 250 da parte di Decio ma, sicuramente la più cruenta fu quella organizzata da Diocleziano. Con lui si verifica l’ultima sopraffazione dei cristiani che per la sua crudezza e violenza fu definita la grande persecuzione. La motivazione di questi secoli di oppressione va ricercata nella caratteristica di religione monoteista che contrastava con quella politeista della religione romana ufficiale, di cui l’imperatore era il garante, nonché nei suoi principi di base che la riconducevano più ad una devozione irrazionale, quasi magica, che l’impero intendeva contrastare fortemente, così come testimoniano gli scritti di Plinio il Giovane.

Oggi, a distanza di millenni, l’organizzazione non governativa Porte Aperte ONG (Open Doors) che aiuta e supporta i cristiani perseguitati a causa della loro fede, registra un peggioramento delle condizioni dei cristiani nel mondo a ragione del loro credo. Il triste primato spetta alla Corea del Nord, ma il più alto numero di omicidi e rapimenti si registra in Nigeria, mentre in India si procede al più alto numero di arresti. Nel suo rapporto annuale, la World Watch List 2024, i dati - presentati alla Camera dei Deputati e studiati da circa quattromila persone tra esperti e ricercatori che prendono in esame le “Chiese storiche” - parlano chiaro: sono oltre 365 milioni i cristiani nel modo che subiscono un alto livello di persecuzione a causa della religione professata. In particolare il fenomeno nella sua complessità riguarda circa il 14%, ma in Africa si sale al 20% ed in Asia a circa il 40%. Il periodo analizzato va dall’ottobre 2022 al settembre 2023 e da esso emerge il più alto tasso di persecuzione, peraltro in costante crescita, da quando 31 anni fa si iniziò l’analisi e lo studio del fenomeno da parte dell’organizzazione Open Doors che redige annualmente il report.

In valori assoluti l’aumento dei cristiani perseguitati, rispetto agli anni precedenti, si attesta su 5 milioni di soggetti per i quali la vita privata, familiare, politica, religiosa e sociale, analizzata attraverso specifici indicatori, è nettamente peggiorata, così come è peggiorato l’indicatore di violenza verso i cristiani.

In questa triste lista, la Corea del Nord è il paese in cui la persecuzione viene definita a livello estremo, e sin dal 2002 in questa nazione è praticamente impossibile professare la fede cristiana; seguono la Somalia, la Libia, l’Eritrea e lo Yemen dove i cristiani presenti se scoperti, in quanto professano nel segreto il proprio culto, rischiano la pena capitale.

Il secondo paese dove più cruenta è la persecuzione è la Nigeria dove i cristiani subiscono violenze da parte dei gruppi jihadisti; questi sono gruppi di terroristi di matrice islamista che utilizzano metodi violenti ed omicidi per imporre l’islamismo radicale. Il numero di cristiani uccisi in questa nazione, nell’anno analizzato nella ricerca, è di 4.118 cristiani rispetto ad un totale mondiale di 4.998 unità, pari quindi a circa l’82,4% del totale di vittime. Da sottolineare che il numero delle vittime cristiane è però diminuito rispetto al precedente anno in cui furono uccisi 5.621 fedeli; tuttavia secondo degli approfondimenti svolti dalla citata Porte Aperte ONG il calo si è riscontrato nel periodo antecedente le elezioni in Nigeria; in quel periodo le uccisioni si sono fermate per poi riprendere dopo il voto. In questo Paese è alto anche il numero dei rapimenti; tuttavia in tutta la fascia sub Sahariana se ne registrano numerosi a causa della presenza dei gruppi terroristi islamisti.

Segue il Pakistan che rappresenta un luogo dove i cristiani subiscono violenze, così come il Sudan e l’Iran; l’Afghanistan ha diminuito le persecuzioni poiché in gran parte i fedeli cristiani sono fuggiti e quindi è sfumata l’attenzione dei terroristi verso di loro.

Sul versante della numerosità dei cristiani arrestati a causa del proprio credo il primato spetta all’India, con un numero pari a 2.332 su un totale di 4.125 (con una percentuale pari a circa il 56,5%) seguita dall’Eritrea con 400 arresti, Cuba con 75 arresti ed il Nicaragua con 60 arresti. Quest’ultimo ha incrementato le azioni di limitazione di vita dei cristiani, attraverso l’aumento degli arresti, da quando governa Ortega. Si annoverano anche la Siria e l’Arabia Saudita tra i Paesi in cui la persecuzione ha raggiunto livelli estremi e si esprime attraverso la privazione della libertà.

Tuttavia le forme di violenza si riscontrano non solo nei confronti delle persone ma anche nei confronti dei luoghi di culto; sono stati infatti circa 15.000 gli attacchi e le profanazioni di Chiese ed aumentano le violenze personali ai ministri di culto, alle persone ed alle attività economiche. Inoltre la persecuzione può assumere molte forme, dai brutali attacchi compiuti dai già citati terroristi ed estremisti islamici ma anche dai regimi comunisti (e non mancano atti di violenza anche da parte dei seguaci dell’induismo e del buddismo), alle minacce, alle estorsioni, ai rapimenti, alle conversioni forzate, ai ricatti basati sulla negazione dei diritti e la limitazione delle libertà, ai linciaggi.

Sulla base di queste informazioni, veritiere in quanto provenienti dai vescovi e dai ministri di culto che operano ogni giorno in quei territori pericolosi, potremmo provare ad imbastire delle riflessioni. Sempre secondo i citati reports annuali presentati dalla citata ONG, i fedeli cristiani sono in netto calo in tutti i Paesi del vicino e medio oriente, ma in particolare sono in via di sparizione in Iraq. Quindi una prima conseguenza che si può rilevare è l’ondata migratoria di questi fedeli verso Paesi dove è professata la religione cristiana. Inoltre nei paesi intransigenti ed estremisti la conversione al cristianesimo da religioni diverse, principalmente quella musulmana, viene identificata come crimine di apostasia per il quale è prevista la pena di morte.

Il silenzio di tutto il mondo - ed in particolare dell’Unione Europea dove addirittura nel 2015 nella città di Göteborg in Svezia, dove è forte il reclutamento Jihadista, case e negozi dei cristiani sono state segnate con la lettera “N” di Nazareno, così come fatto anche dall’Isis e imbrattate con frasi come “convertitevi o morirete” - di fronte a tutta questa violenza gratuita è sconcertante. La religione che porta avanti la condivisione, l’amore, l’accoglienza, la fratellanza viene emarginata e diviene oggetto di offese e violenze; la conseguenza immediata ci porta a vedere che il pensiero che si sta diffondendo è quello che si traduce in una espressione di intolleranza verso l’atteggiamento pacifico in quanto si vuole infiammare il mondo con la violenza e la guerra. Questo potrebbe essere il gioco dei potenti mercanti di armi ma anche di chi vuole instaurare regimi politici di terrore e dittatoriali dove la libertà di scelta e di pensiero, capisaldi del cristianesimo, sono destabilizzanti e contrari al pensiero unico.

Tutte le forme di violenza verso l’uomo sono allora consentite per raggiungere scopi immorali e per instaurare un clima di terrore dove poter governare indisturbati, complice anche il relativismo imperante dove tutti possono fare tutto in ragione di una non ben definita e accettabile libertà di pensiero e di azione, dove il bene non esiste più e quindi neanche il suo contrario in quanto l’uomo è il dominatore dell’universo ed il suo agire libero di fare qualunque cosa, anche di compiere qualsiasi atrocità.

Ma mi domando: di quale uomo si sta parlando? Quello della rivoluzione francese, quello del fascismo e del nazismo, quello dei regimi comunisti, quello dei governi islamici, quello che ha dato ordine di sganciare la bomba atomica? Questi sono i modelli che finora è stato capace di produrre l’uomo che nel corso di tutta la storia ha seminato odio e terrore e se non fosse stato per i valori cristiani di amore e non violenza che hanno dato il fondamento alla cultura europea - che pur nelle situazioni altalenanti di bene e di male ha saputo far pendere la bilancia verso il bene, almeno se confrontata con le attuali situazioni di estrema violenza a cui assistiamo oggi – forse il nostro pianeta avrebbe già collassato in una spirale di odio senza ritorno. Vista l’indifferenza politica mondiale e della componente giovanile, la continua defezione soprattutto da parte dei paesi di tradizione cristiana come il nostro – ai cui principi dovremmo almeno riconoscere il valore della nostra cultura e della situazione sociale finora guadagnata e che invece sembrano ormai in preda ad una deriva senza alcuna razionale motivazione se non per moda o per sequela di soggetti che mirano alla proprie personali e malvagie ambizioni - ed anche il plauso da parte di alcuni sedicenti intellettuali scientisti, dobbiamo pensare di aver imboccato una strada senza ritorno?

 

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07 Luglio 2024

L’ECONOMIA COME STRUMENTO DEL POTERE di Alessandra Di Giovambattista

L’ECONOMIA COME STRUMENTO DEL POTERE

di Alessandra Di Giovambattista

 15-07-2024

Per mettere a fuoco solo pochi aspetti di questo complesso tema, che intendo accennare senza alcuna pretesa di esaustività o di verità in quanto argomento a dire il vero molto spinoso, vorrei partire da un’affermazione del filosofo Bertrand Russel le cui osservazioni risultano un po’ datate, ma ciò è ovviamente dovuto al momento storico in cui è vissuto (contemporaneo delle ideologie totalitariste nazi fasciste e comuniste da cui prende le debite distanze); ognuno è figlio dei propri tempi! Egli affermava, dopo un’analisi delle diverse forme di potere che possono riscontrarsi in una collettività, che lo studio dell’economia come scienza separata dalla realtà rischia di fornire un’analisi irrealistica e fuorviante se presa come guida per l’attuazione di ricette applicative e formule pratiche; essa in verità è solo un elemento, sicuramente molto importante, di uno studio molto più ampio che deve ricondursi alla scienza del potere.

In questo contesto, come esempio chiarificatore, vorrei richiamarmi ad una delle teorie di un grande economista italiano, il Prof. Paolo Sylos Labini - più volte candidato al premio Nobel - che fu peraltro il mio Professore di economia politica alla Facoltà di Scienze Statistiche ed Economiche dell’Università “La Sapienza” di Roma. Per giustizia ed onestà intellettuale devo tributargli la mia grande ammirazione e gratitudine, prima di tutto come uomo, per la sua disponibilità ed accoglienza che sapeva donare a chiunque, (dagli studenti ai massimi accademici di tutto il mondo), e come professore, per la chiarezza e semplicità con cui ha saputo introdurmi in un mondo sicuramente non facile da conoscere, con le sue infinite regole, teorie e modelli (non tutti peraltro condivisibili ed applicabili), fornendo pochi ma fondamentali principi. Ecco da lui voglio partire per sottolineare come l’economia sia solo un elemento di un contesto molto più ampio - dove si gioca la voglia di potere dell’uomo che se non ben calibrata rischia di diventare una forma insaziabile di cannibalismo, dove l’uomo diventa lupo all’uomo – e dove occorre prima di tutto osservare con attenzione la realtà per non cadere nella costruzione di teorie vacue, che alcune volte forniscono semplici o complessi modelli matematici inapplicabili e non verificabili e che si traducono in esercizi didattici che, se ben foraggiati ed incentivati dai centri di potere, possono rappresentare delle pseudo-teorie da far seguire per raggiungere invece dei preordinati e nebulosi obiettivi.

Il prof. Sylos Labini ha fornito una teoria nuova per interpretare l’oligopolio. In particolare gli approcci delle teorie tradizionali partivano dall’assunto secondo il quale l’analisi dei mercati vedeva come modello base, a cui doveva convergere tutto il sistema, quello della concorrenza perfetta, dove non esistono barriere all’entrata ed all’uscita, c’è libero movimento di capitali e dove i prezzi si formano dall’incontro tra domanda ed offerta di beni e servizi. Il professore formulò la sua nuova teoria, studiando in particolare il mercato petrolifero - caratterizzato da un elevato rapporto tra costi fissi e costi variabili che determina una dimensione ottimale degli impianti - dove gli ostacoli alla concorrenza provengono da fattori diversi rispetto alla sola segmentazione del mercato (suddivisione dei consumatori in gruppi omogenei in ragione dei propri desideri e bisogni), su cui si era concentrata l’attenzione dei teorici della concorrenza imperfetta.

La forma di oligopolio concentrato analizzata da Sylos Labini nasce proprio dall’osservazione generalizzata della presenza di barriere all’entrata (che, ad esempio, nel mercato petrolifero si esprimono con un elevato costo degli impianti, quindi con un’elevata e perfezionata tecnologia e conseguente ingente investimento di capitali) che escludono la libera concorrenza perfetta. In tal modo la teoria dell’oligopolio diviene una teoria generale delle forme di mercato dove concorrenza e monopolio sono invece due situazioni estreme; la prima è priva di barriere all’entrata, la seconda presenta barriere all’entrata insormontabili. Pertanto dall’osservazione sul campo arriva a determinare la teoria delle forme di mercato dove diviene necessario studiare natura dei fattori e valori che influiscono sulla dimensione ottimale di impresa e che permettono di superare le barriere all’entrata, che pur esistendo sono superabili pagandone un determinato costo, anche se elevato. Quindi sarà la dimensione degli impianti, più in generale la tecnologia, che provoca la difficoltà di entrata da parte dei concorrenti i quali dovranno approntare grandi e più efficienti impianti per cercare di conquistare fette di mercato in quanto il loro ingresso produrrà un sensibile aumento dell’offerta con caduta verso il basso dei prezzi. Si sottolinea, per completezza, che la teoria definisce le barriere all’entrata che dipendono: dall’ampiezza del mercato (che può fornire un’idea del potenziale assorbimento dei prodotti), dalla dimensione degli impianti tecnologicamente efficienti (che fornisce una misura degli investimenti iniziali, ma anche del costo dell’innovazione e della loro sostituzione), dall’elasticità della domanda (che indica di quanto potrebbe scendere il prezzo per effetto dell’incremento della produzione) e dal tasso di crescita del mercato (che permette di ipotizzare la durata nel tempo della flessione dei prezzi fino al ritorno alla loro stabilità iniziale).

Ciò offre una visione dinamica della teoria dove le forze in gioco sono legate al potere degli oligopolisti di voler tener fuori potenziali concorrenti; infatti sempre secondo Sylos Labini le imprese già presenti sul mercato non adottano un comportamento “accomodante” di fronte all’ingresso di nuovi concorrenti, per evitare di dover diminuire il prezzo dei beni, perdere fette di mercato e ridurre il margine di profitto (c.d mark-up) o garantirne il livello raggiunto attraverso una maggiore efficienza della tecnologia o una diversa distribuzione del reddito (diviso tra i differenti fattori della produzione: salari, stipendi, profitti). Questa impostazione non accomodante da parte degli oligopolisti di fronte a possibili nuovi concorrenti non è altro che il frutto delle osservazioni della realtà. Se invece il problema si fosse voluto risolvere teoricamente, non partendo dall’osservazione dei fatti, ma basandosi sul dilemma delle scelte secondo lo strumento della teoria dei giochi (molto usata per le scelte di convenienza nel mercato oligopolista), la convenienza si sarebbe trovata nel comportamento accomodante (quindi la soluzione sarebbe stata l’opposta rispetto all’osservazione della realtà), dove con la riduzione delle quantità prodotte, derivante da un accordo tra produttori, si sarebbe potuto mantenere inalterato il prezzo e quindi anche il mark-up(in questo caso sarebbe stato risolto il dilemma secondo l’enunciato dell’economista John Nash per cui il risultato migliore si ottiene quando ogni componente del gruppo fa ciò che è meglio per sé e per il gruppo, secondo la teoria delle dinamiche dominanti). Lo stesso Sylos Labini ha evidenziato che le sue conclusioni sulle scelte degli oligopolisti nascono da un’osservazione del comportamento usuale degli imprenditori che non conoscendo il numero delle possibili mosse dei loro competitori non possono applicare con sicurezza la teoria dei giochi, pertanto la strategia migliore sarà l’intransigenza nello scontro concorrenziale.

L’esempio dello studio del mercato oligopolistico permette di fornire delle riflessioni sull’economia come strumento di potere; intanto la prima osservazione che possiamo fare è quella secondo cui è necessario studiare i fenomeni economici calati nella realtà socio politica in cui essi si presentano; l’applicazione di teorie spesso complesse rischia di fornire un’analisi irreale e fuorviante del problema (così come si è espresso Bertrand Russel) ed anzi può complicarne la soluzione. La riflessione è: che tali complicazioni siano espressione di potere, volute in modo da rendere i problemi più complessi e nebulosi a vantaggio di scelte e soluzioni a favore di pochi interessati soggetti?

La seconda osservazione, molto più complessa ci induce a ritenere che barriere all’entrata, anche non ti tipo squisitamente economico, in un mercato possono essere create ad arte da parte del potere dominante per tenere fuori possibili concorrenti e raggiungere scopi anche non economici. Si pensi proprio al potere che hanno guadagnato i colossi delle multinazionali petrolifere ed ai modi che utilizzano per tener fuori i potenziali competitor (in tale contesto ritorna in mente il caso mai definitivamente risolto della morte del nostro indimenticabile connazionale Enrico Mattei). Oppure più semplicemente le difficoltà di entrata su mercati che richiedono sempre più tecnologia specializzata; si pensi a tutto il mondo della produzione attraverso la robotica che ovviamente fa gioco alle grandi potenze che detengono ingenti capitali e che alzano barriere all’entrata insormontabili. Quale sarà il produttore, anche il più innovativo e fantasioso, o quello presente in mercati in via di sviluppo, che potrà competere con economie che hanno grande liquidità e che manovrano anche il credito e tutto il mercato finanziario, attraverso gli istituti bancari e le varie società di investimento?

Ormai il potere converge sempre più verso forme di governo monocratico e l’economia, che ne è solo uno strumento, segue lo schema; la globalizzazione porta a modelli aziendali pachidermici, dove chi lavora è solo un numero e dove la domanda di lavoro è sempre più concentrata in mano a pochi grandi soggetti imprenditoriali. Il potere è espressione anche di dominio sulle materie prime, sui consumi, sulle scelte, sulle tipologie di produzione, sulle libertà dei singoli e degli Stati più deboli dove non ci sarà più posto per produzioni artigianali e non sarà possibile una crescita ed uno sviluppo a misura d’uomo. Il fenomeno delle aziende innovative, c.d. start up, è figlio di questa impostazione: si cercano idee nuove, si attirano giovani con idee brillanti, si finanzia la loro attività che, se avrà successo, verrà inglobata nel buco nero dei grandi colossi e ai giovani imprenditori verrà liquidata una cospicua somma di denaro. Questi ultimi si sentiranno appagati e usciranno dal mercato risolvendo così due problemi alle multinazionali: eliminazione della concorrenza e utilizzo delle nuove produzioni a proprio esclusivo interesse senza aver subito il rischio dell’insuccesso e aver traslato il costo dell’innovazione e della ricerca su soggetti giovani che, nei più frequenti casi di idee produttive non interessanti e non vincenti, avranno disperso le proprie risorse finanziarie e si troveranno con esposizioni debitorie critiche che alcune volte rischiano di coinvolgere l’economia dell’intera famiglia di origine. E fin qui si sono tratteggiati in modo sintetico solo i danni economico-finanziari volendo sorvolare le più complesse difficoltà psicologiche e sociali che sono capaci di innescare questi processi a dir poco disumani.

L’idea di una società meritocratica basata sulle capacità e l’impegno dei singoli rischia di soffocare sotto il peso di organizzazioni di reti di potere (gestioni politiche, finanziarie, affaristiche) spesso anche non legali (organizzazioni malavitose, cordate familiari), dove il punto di partenza per i giovani in cerca di realizzazione non è lo stesso per ognuno di essi ma è assoggettato a condizioni di nascita, di sesso, di etnia, di ricchezza, di conoscenze familiari.

La presenza poi di incroci azionari e di interconnessioni a livello di dirigenza aziendale (c.d. interlocking directorates) - che si creano più facilmente in aziende di grandi dimensioni, e che si sostanziano in subdoli legami aziendali attraverso la scelta di un soggetto di vertice che si trova a rivestire più incarichi in più imprese - mina i principi base della trasparenza del mercato ed apre a scenari di collusione tra aziende che solo all’apparenza si presentano concorrenti ma che in realtà sono assoggettate ad un unico centro di potere, spesso ben celato, che le controlla con la connivenza di vertici molto ubbidienti e ben pagati!

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15 Luglio 2024

UNA BREVE INTRODUZIONE DELLA TECNOLOGIA BLOCKCHAIN di Alessandra Di Giovambattista

UNA BREVE INTRODUZIONE DELLA TECNOLOGIA BLOCKCHAIN

di Alessandra Di Giovambattista

 02-08-2024

Oggi si sente spesso parlare di tecnologia “Blockchain” la cui traduzione letterale significa catena di blocchi; è un concetto applicato al mondo informatico partendo dall’invenzione del libro mastro (che si deve all’italiano Fra Luca Pacioli – uno dei primi economisti del Rinascimento – sulla cui base si sviluppò la c.d. contabilità in partita doppia) dove si registrano e quindi si tracciano, essenzialmente, entrate ed uscite di valuta e più in generale miriadi di dati.

Da questa impostazione di tracciamento delle transazioni nel 1991 si provò a creare qualcosa di analogo alla blockchain che fu utilizzata per timbrare temporalmente dei documenti digitali al fine di evitare che potesse esserne alterata la data di formazione (una sorta di attestazione alternativa alla data certa notarile).

È nel 2009, partendo dalle intuizioni di Satoshi Nakamoto, uno pseudonimo utilizzato dall’inventore della prima criptovaluta (valore la cui movimentazione e gestione si basa sulla crittografia, contenuta appunto nella blockchain) conosciuta come “Bitcoin” - di cui ancora non si conosce la vera identità - che la blockchain ha iniziato la sua ascesa (nel caso del Bitcoin vi è una rete di persone che non si conoscono, che possono generare moneta e farla circolare in mancanza di un’autorità che ne convalidi le movimentazioni; infatti gli scambi iscritti nel “libro mastro” della blockchain vengono aggiornati costantemente dagli utenti sparsi nel mondo). Per le transazioni di questi strumenti finanziari criptati è necessario tenere un registro di carico e scarico che consenta di tracciare entrate ed uscite di valore così come avviene per ogni scambio. E proprio questo tracciamento effettuato e controllato da migliaia di utenti che rende sicuro lo strumento insieme alla tecnica matematica degli algoritmi definita “hashing”. La funzione di hashing produce una stringa di lunghezza fissa per determinare un’impronta digitale che caratterizza la banca dati o comunque ogni singola transazione che si vuole inserire nella blockchain; bisogna considerare che la funzione produce un valore unico e caratteristico e che non è invertibile nel senso che, se è facile calcolare l’hash di un dato. è molto difficile, quasi impossibile, risalire ai dati originali che lo hanno generato. Se ciò dovesse accadere significa che l’algoritmo di hashing è vulnerabile, viene dichiarato insicuro e viene eliminato. Queste funzioni di hash sono il contenuto di ogni maglia della catena della blockchain e ne determinano quindi il grado di sicurezza in quanto con un procedimento di confronto tra l’hash originario e quello ricalcolato dopo degli inserimenti o delle modifiche aggiuntive di dati è possibile determinare l’integrità del dato o la sua eventuale manomissione.

La blockchain, nello specifico, nasce in risposta alla crisi finanziaria del 2008 dove pochi attori (che peraltro si sono arricchiti) hanno gestito tutto il sistema finanziario che, con il suo crollo, ha colpito e danneggiato nazioni e migliaia di operatori economici (soprattutto aziende e piccoli investitori). Quindi la blockchain nasce a tutela e protezione di tutti gli utenti, piccoli operatori compresi, e cerca di contrastare il dominio di sistemi non trasparenti gestiti da pochi potenti soggetti al fine di restituire alle persone uno strumento digitale sicuro e disintermediato con la finalità dell’autocontrollo da parte della rete.

Ma è nel 2016 che la stampa inizia a parlare in modo pressante di blockchain e della possibilità che questa possa rivoluzionare il digitale; si assiste ad una crescita esponenziale di progetti con tecnologia blockchain la cui maggioranza, però è fallita a causa di molti ostacoli normativi e difficoltà nello sviluppo dei progetti.

Poi nel 2020, nel periodo post Covid, i Governi accelerano le sperimentazioni per far emettere delle monete digitali dalle Banche centrali (Central Banks Digital Currencies - CBDC) mentre la Commissione dell’Unione Europea (UE) lavora per un regolamento delle criptovalute e più in generale delle cripto attività (crypto asset).

Nel 2021 si assiste ad un incremento della finanza decentralizzata (decentralizzata rispetto ai centri di controllo individuati nelle banche centrali) mentre le cripto attività guadagnano terreno grazie al potenziamento di alcuni innovativi prodotti, come gli NFT (non fungible token, cioè certificati che attestano la proprietà e l’autenticità di un oggetto digitale o meglio di un file).

Il 16 maggio 2023 il Consiglio europeo ha approvato il regolamento MICA (markets in crypto assets regulation – regolamento del mercato in cripto attività) a suo tempo presentato alla Commissione europea per la disciplina del mercato delle cripto attività, e riguarda criptovalute ed altri patrimoni che non sono riconducibili agli strumenti finanziari tipici.

Sempre più utilizzata in vari contesti la blockchain si presenta come una rete informatica di nodi che permette di gestire ed aggiornare in modo sicuro ed univoco il registro di dati ed informazioni. Ogni blocco è legato al precedente mediante anelli di una catena che sono criptati (hash) per evitare possibili intrusioni esterne malevole. Il sistema dispone di modalità integrate che impediscono l’inserimento di scambi non autorizzati e permettono a tutti gli utenti di visualizzare e condividere le transazioni effettuate così da creare un controllo attraverso la rete. Questa tipologia di monitoraggio permette a moltissimi soggetti utilizzatori di verificare i dati e l’alterazione di essi diviene difficile in quanto il controllo viene svolto in modo capillare da ogni fruitore; in tal modo si fraziona il rischio derivante da possibili alterazioni fino ad annullarlo quasi del tutto. Per poter accedere sono necessarie delle autorizzazioni specifiche ed i dati e le informazioni contenuti nel registro blockchain sono aperti, e condivisi, possono essere aggiornati, senza la necessità di un’entità centrale di verifica; ciò è possibile perché non si può modificare la catena senza il consenso della rete e grazie alle modalità di sicurezza offerte dagli hash.

Le applicazioni finora studiate ed implementate hanno permesso di fare a meno di banche, notai, istituzioni finanziarie, creando dei processi abbastanza sicuri. I vari settori in cui è stata utilizzata tale tecnologia sono:

  • il settore energetico, dove la blockchain viene usata per semplificare l’accesso all’energia rinnovabile o per le piattaforme di commercio energetico da punto a punto (in inglese: peer-to-peer) dove gli scambi avvengono tra computer o dispositivi collegati in una posizione tra loro paritaria, senza cioè la presenza di una server centrale (cioè un computer che gestisce elabora e distribuisce i files di un sito), e che possono cambiare la propria operatività a seconda delle necessità ed utilità (cioè ad esempio passare da fornitori a clienti e viceversa). Un esempio si ha con la vendita di elettricità tra privati quando si hanno le comunità energetiche in cui un soggetto che è proprietario di pannelli solari, può vendere energia in eccesso ai propri vicini¸ il tutto viene gestito attraverso contatori di ultima generazione (smart) che creano transazioni gestite e registrate dalla blockchain.

  • La finanza; in tale contesto la blockchain permette di gestire pagamenti online, conti e attività di compra-vendita di strumenti finanziari come obbligazioni, azioni, valute e materie prime con lo scopo di ottenere profitti dalla variazione nel tempo dei prezzi (il c.d. trading sui mercati finanziari). Ne è un esempio la Singapore exchange limited, società di investimenti che utilizza tale tecnologia per la tenuta di conti interbancari che servono a modulare le migliaia di transazioni finanziarie sul mercato del trading tra gli operatori di tutto il continente asiatico.

  • Il settore dei media e dell’intrattenimento; la blockchain trova qui un valido terreno per il controllo e la gestione del pagamento dei diritti di autore (copyright) a favore degli artisti. Infatti il controllo dell’utilizzo del contenuto delle opere assoggettate al diritto di autore sarebbe attività davvero difficile vista la numerosità dei passaggi e degli scambi di opere soggette a copyright e in tale contesto la tecnologia viene in aiuto per il controllo degli usi, per la gestione delle transazioni e dei pagamenti.

  • Vendita al dettaglio; utilizzata soprattutto per il tracciamento dei movimenti delle merci tra clienti e fornitori; promotore è Amazon retail che utilizza la blockchain per verificare e garantire che tutti i prodotti venduti sulla piattaforma siano originali.

In Italia l’Osservatorio blockchain & Web3 del Politecnico di Milano ha come obiettivo quello di divulgare e far conoscere i temi che riguardano questa tecnologia, cercando di spiegare in modo semplice ed immediato contenuti e funzionamento, mettendone a fuoco opportunità e benefici, nonché punti di debolezza.

In particolare in tema di debolezza del sistema, bisogna sottolineare che la sicurezza della blockchain non è assoluta, e ciò per diverse ragioni. Ci sono stati, ad esempio, casi in cui alcuni progetti o prodotti che utilizzavano la blockchain sono stati compromessi attraverso manomissioni esterne. In particolare non è sufficiente che la sicurezza sia affidata ad un algoritmo matematico o ad un software, anche qualora fosse il più perfezionato o sofisticato, perché la situazione effettivamente da contrastare risiede nell’escludere che un gruppo più o meno ristretto di soggetti possa coordinarsi e decidere, all’interno della catena informatica e con obiettivi malevoli, quale sia la transazione valida e quale non la sia con possibile pregiudizio sulla sicurezza e a danno degli operatori. Un caso che può far riflettere in tale ambito accadde alla piattaforma Ethereum (piattaforma basata sulla blockchainper gestire denaro e per creare nuove applicazioni) che a seguito dello scandalo “the D.A.O.” (acronimo di organizzazione autonoma decentralizzata e nome di una start up che gestiva un fondo d’investimento in criptovaluta - definita Ether - e operava con un contratto smart sulla piattaforma Ethereum) decise di retrocedere nella catena per eliminare delle transazioni illecite, frutto di truffe che fecero perdere circa 60 milioni di dollari (corrispondenti a circa 3,6 milioni di Ether) agli investitori. In quell’occasione la retrocessione era stata dettata dal ripristino della legalità, ma proviamo a riflettere su cosa sarebbe potuto accadere se a capo della retrocessione ci fossero stati soggetti malintenzionati!

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02 Agosto 2024

LA CRISI DEI MUTUI SUBPRIME DEL 2007: APPROFONDIMENTI di Alessandra Di Giovambattista

LA CRISI DEI MUTUI SUBPRIME DEL 2007: APPROFONDIMENTI

di Alessandra Di Giovambattista

 19-09-2024

Una delle più recenti crisi in ambito finanziario si è avuta verso la fine del 2007, è dilagata rapidamente nel 2008 partendo dagli Stati Uniti e coinvolgendo diversi altri Paesi tra cui anche quelli europei, ed è meglio conosciuta come crisi dei mutui subprime. Nello specifico il fenomeno riguarda mutui e prestiti concessi a soggetti che non presentano le dovute garanzie per ottenere un affidamento bancario e quindi sono definiti debitori ad “alto rischio” di insolvenza. Il termine subprime deriva dal fatto che tali tipi di prestiti sono considerati di qualità non primaria in quanto il loro grado di recupero è considerato nettamente inferiore (sub) rispetto ai prestiti ed ai mutui concessi a soggetti con garanzie creditizie sufficienti per essere dichiarati affidabili (prime).

La causa principale della crisi in esame fu dovuta al crollo del mercato immobiliare innescato dalla politica monetaria espansiva che la banca centrale Statunitense, la Federal Reserve, aveva deciso di intraprendere per contrastare gli effetti della precedente crisi del 2001. In quell’anno gli Stati Uniti avevano subito l’attacco dell’11 settembre (di cui tutti ricordiamo le atroci immagini) e si era innescata la crisi dovuta alla bolla internet. Quest’ultima in particolare fu la risultante di un’euforia generalizzata derivante dal progredire veloce delle aziende del comparto informatico, chiamate Dot-com companies. Questa circostanza incrementò le aspettative di crescita e di futuri aumenti del valore dei titoli delle aziende del comparto internet; tuttavia tali aspettative furono del tutto disattese nonostante un iniziale aumento dei valori di borsa dei titoli delle aziende informatiche. Si assistette così al crollo dei mercati azionari che provocò lo scoppio della bolla speculativa producendo perdite tra gli investitori soprattutto nel comparto tecnologico.

Quindi in ragione di questa politica espansiva, nel periodo che va dal 2000 al 2006, negli Stati Uniti, si registrò anche una crescita continua e significativa dei prezzi delle abitazioni; corrispondentemente il diminuire del tasso di interesse, dovuto all’incremento di liquidità, permise l’erogazione di mutui anche a soggetti che come abbiamo detto presentavano un profilo di rischio elevato. Per la concessione di mutui o prestiti le banche non procedevano più con la fase istruttoria con la quale si verifica se il cliente è in grado di restituire il prestito, se cioè possiede uno stipendio o un reddito capaci di coprire il debito contratto.

In più l’aumento della domanda di mutui ipotecari si riflesse ulteriormente sul costo degli immobili che videro un conseguente incremento dei valori e quindi un successivo ampliamento della sovrastima dei prezzi delle abitazioni (c.d. bolla immobiliare) non dovuto ovviamente a situazioni oggettive di mercato. D’altronde le banche, che concedevano prestiti con tale grado di rischio (non andando a valutare in modo adeguato la capacità di rimborso del prestito), in caso di mancata restituzione del debito potevano contare sul pignoramento dell’immobile e conseguente vendita sul mercato, anche perché i prezzi delle abitazioni in quegli anni erano in costante crescita; in poche parole l’immobile per le banche rappresentava comunque un investimento sicuro.

Inoltre lo sviluppo del fenomeno della concessione dei mutui subprime fu rafforzato dalle operazioni di cartolarizzazione; queste ultime, definite come finanza creativa, si concretizzarono nella possibilità, per gli istituti di credito, di poter trasformare il credito vantato nei confronti dei soggetti in un titolo negoziabile sul mercato, ed in particolare la vendita avveniva a favore delle cosiddette società “veicolo”. In tal modo a fronte dei possibili recuperi nel lungo termine (in genere dai 10 ai 30 anni essendo questa la durata dei mutui) le banche preferivano vendere i propri crediti sotto forma di titoli con lo scopo di recuperare immediatamente la liquidità, concedere altri prestiti e trasferire in parte il rischio di insolvenza. In termini più tecnici questo ha significato per le banche poter sfruttare quello che viene definito l’effetto leva finanziaria (leverage) che si crea quando, disponendo di ingenti quantità di liquidità, si possono concedere prestiti anche a soggetti ad elevato rischio di insolvenza. Inoltre i mutui andarono ben oltre il limite permesso, che è rappresentato dal rapporto con il capitale proprio (uno degli indicatori che le banche devono rispettare proprio per evitare fallimenti), secondo determinati valori di sicurezza. Questa strategia molto pericolosa porta immediati profitti, anche molto elevati, ma per contro presenta un altrettanto elevato rischio di perdite di capitale.

Tornando al periodo precedente al 2006 il fatto di recuperare velocemente liquidità incentivò nuovamente gli istituti di credito a concedere ulteriori finanziamenti a fasce di soggetti sempre meno affidabili, mentre nel contempo, le società veicolo si finanziavano vendendo sul mercato titoli a breve termine acquistati maggiormente da piccoli e medi investitori statunitensi ed europei. Fu poi questa in breve sintesi la modalità con cui la crisi si estese in tutta l’Europa ed anche oltre: le banche statunitensi potevano concedere prestiti a chiunque, senza una accurata valutazione del rischio creditizio, in quanto potevano confidare sulla cartolarizzazione del debito che consentiva loro di recuperare immediatamente liquidità e trasferire il rischio di insolvenza sulle società veicolo che a loro volta vendevano titoli agli investitori di tutto il mondo.

Esplose così nel 2007 la bolla del mercato immobiliare statunitense provocando grandi perdite per privati, aziende, istituti di credito; cosa era accaduto? I prezzi degli immobili iniziarono a diminuire, in quanto erano stati artificiosamente gonfiati, e quindi il loro valore rischiava di non coprire l’ammontare di mutuo concesso; così per bilanciare le perdite sulla linea capitale le banche iniziarono ad aumentare i tassi di interesse. Ciò portò come conseguenza l’impossibilità per molti debitori di poter pagare le rate di mutuo (basate su interessi variabili); a fronte di ciò gli immobili furono ripresi dalle banche per la vendita sul mercato ma i prezzi in calo non permettevano loro una rivendita veloce e soprattutto redditizia. Così gli istituti di credito smisero di concedere mutui, il mercato immobiliare si bloccò e ciò contribuì a far diminuire ancora di più i prezzi delle case. Ormai il panico aveva travolto il mercato immobiliare ed il sistema finanziario statunitense; il caso più significativo fu il fallimento del colosso della finanza: la società Lehman Brothers. Fu uno dei più eclatanti casi di bancarotta che investì la storia degli Stati Uniti e travolse l’intero mondo finanziario, innescando un effetto domino governato dal panico; il crollo del mercato immobiliare e di numerosi titoli quotati in borsa fu la risultante di una bolla di speculazione che aveva gonfiato per anni i mercati immobiliare e finanziario. Le banche smisero di concedere prestiti e le aziende di molti Paesi si vedevano negato il denaro anche per le attività produttive ordinarie; ciò comportò chiusure di aziende, fallimenti ed incremento della disoccupazione.

Questa crisi così traumatica per molte economie, perché non tutte furono travolte nello stesso modo dagli eventi, ha indotto il mondo bancario a sottoscrivere gli accordi di Basilea 3 con i quali sono state dettate regole di condotta più stringenti per gli operatori finanziari.

Fatto sta che la politica di azzardo morale (in inglese moral hazard che in poche parole implica che per azioni molto rischiose il vantaggio sarà esclusivamente di coloro che le hanno realizzate, mentre in caso di problemi saranno altri a sopportarne le conseguenze negative) attuata dagli istituti finanziari statunitensi, i quali peraltro non sono stati adeguatamente controllati dagli organi preposti (come ad esempio le agenzie di valutazione dei rischi c.d. agenzie di rating), di fatto si è tradotta in un’ondata che ha sconvolto intere economie nonché famiglie e piccole e medie aziende di tutto il mondo. L’architettura è collassata a causa di una politica ed un atteggiamento irresponsabile e superficiale da parte degli operatori; infatti la spirale che si è autoalimentata a partire dalla grande quantità di liquidità ha portato ad un’esplosione dei prezzi degli immobili non supportata da valori oggettivi e presupposti reali che però nessuno ha denunciato o anche solo evidenziato. In più la finanza ha trovato il modo di moltiplicare e di inquinare i mercati di tutti i Paesi attraverso la cartolarizzazione dei debiti contratti, contribuendo così a proliferare e ad allargare il grado di rischio di perdite che poi di fatto si sono verificate anche perché il mercato finanziario non era supportato dal mercato reale. In più le agenzie di rating, cioè quelle deputate a verificare la solidità e la sicurezza delle obbligazione immesse sul mercato, contribuirono non poco ad infettare tutto il mercato in quanto considerarono sicure le obbligazioni emesse per effetto del gioco delle cartolarizzazioni che a sua volta si autoalimentò creando anche ulteriori livelli di cartolarizzazione. Anche le banche investirono in questi strumenti finanziari vacui che vennero posti a base delle riserve e considerati come una salvaguardia dei depositi bancari.

L’analisi a posteriori vede come attori e responsabili gli istituti finanziari, le agenzie di rating, i finanzieri creatori della finanza innovativa, la politica fortemente espansiva della banca statunitense centrale (la FED) che portò a livelli molto bassi i tassi di interesse, e non ultimo il potente strumento dell’informazione di massa che spinse gli investitori, poco attenti e preparati, a scommettere su strumenti innovativi e che promettevano lauti guadagni. Alla fine il risultato fu che il valore effettivo degli immobili era decisamente molto più ridotto del valore per il quale si era concesso il mutuo, i tassi di interesse che poi iniziarono a crescere divennero insostenibili per i proprietari che avevano contratto debiti e che non avevano solide fonti di reddito, le banche si trovarono a svendere immobili finiti sul mercato delle aste e a non avere più liquidità per il mercato reale, produttivo che collassò anch’esso dopo breve tempo provocando un forte aumento del tasso di disoccupazione e un crollo del livello dei redditi. E’ facile intuire quali furono le vittime, che ancora oggi ne pagano le conseguenze, mentre rimane un dubbio su coloro che si sono arricchiti da questa crisi….Forse viene subito in mente una considerazione: si potrebbe essere arricchito tutto il sottobosco dell’economia malavitosa che potendo contare su un altissimo grado di liquidità ha potuto acquistare patrimoni immobiliari a prezzi davvero stracciati, e acquisire la proprietà di aziende ormai costrette quasi al collasso? E’ d’obbligo una profonda riflessione.

 





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19 Settembre 2024

DALLA CREAZIONE DELLE ZONE ECONOMICHE SPECIALI ALLA ZONA ECONOMICA SPECIALE PER IL MEZZOGIORNO di Alessandra Di Giovambattista

DALLA CREAZIONE DELLE ZONE ECONOMICHE SPECIALI ALLA ZONA ECONOMICA SPECIALE PER IL MEZZOGIORNO

di Alessandra Di Giovambattista

 15-10-2024

Con il decreto legge n. 91 del 20 giugno 2017 sono state istituite in Italia le Zone Economiche Speciali (ZES) con l’obiettivo di dare vigore e produttività a zone meno sviluppate ed in transizione economica presenti nel nostro Paese. Il regolamento di istituzione delle ZES era contenuto nel DPCM del 25 gennaio 2018, mentre successivi provvedimenti hanno modificato l’originaria legislazione. Le aree interessate sono quelle portuali e quelle limitrofe e ad esse collegate situate nelle regioni meridionali, che la programmazione europea del 2014 – 2020 aveva diviso in zone “meno sviluppate”, quelle situate in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia e zone “in transizione” quelle localizzate in Abruzzo, Molise e Sardegna. Come vedremo, però, la legislazione è stata modificata per effetto del recente D.L. n. 124 del 2023.

Le realtà legate alle zone economiche speciali sono individuabili in diverse regioni del mondo; in totale sono stimate circa 4.000 aree ZES. Nello specifico sono presenti in Cina, nelle Filippine, nella Corea del Nord, in Russia ed in Europa le ritroviamo in Irlanda, Portogallo e Polonia. Si caratterizzano tutte per l’individuazione di aree dove sono riconosciuti benefici fiscali e semplificazioni amministrative con la finalità di far crescere e sviluppare zone che si presentano più arretrate o con maggiori difficoltà di sviluppo economico.

Sono aree specifiche, individuate all’interno di una nazione, in cui vengono eliminate le barriere commerciali, come ad esempio adempimenti burocratici, dazi, sovraprezzi, al fine di rendere più fluidi gli scambi ed attirare nuovi investimenti. Per sfruttare al meglio le opportunità, infatti, le ZES sono normalmente posizionate in ambiti geograficamente predisposti per gli scambi commerciali come porti e aeroporti, dove è più facile disporre e far entrare in sinergia mano d’opera, materie prime e personale tecnico specializzato per produrre beni e servizi. La ZES diventa così un luogo di produzione altamente qualificata, dove si concentrano i fattori produttivi, specialmente il lavoro, con la finalità di sfruttare al meglio il punto di convergenza tra importazioni di materie prime, semilavorati, componenti e flussi di esportazioni di prodotti e merci verso paesi esteri.

Occorre evidenziare che l’esempio forse più significativo in questo ambito può essere ricondotto all’esperienza cinese dove nei primi anni del 1980, e precisamente a partire dalla politica della “porta aperta” del 1978 portata avanti da Deng Xiaoping (successore di Mao Zedong), fu individuata la città di Shenzhen per implementare queste politiche di benefici e vantaggi che ha portato a successi davvero inaspettati. In Cina, più che di città, occorre parlare di ampie aree metropolitane e l’area di Shenzen si presentava povera con un’economia basata essenzialmente sulla pesca. In circa trent’anni l’area ha visto il passaggio da un’economia primordiale ad un centro di attrazione di numerosi investitori ed oggi è una città fortemente industrializzata e tra le più popolose della Cina (circa 12 milioni di abitanti); in essa si è assistito ad una valorizzazione del territorio che ha anche sviluppato e migliorato la sinergia con le zone limitrofe.

Così il buon successo ottenuto dall’area di Shenzen ha spinto verso queste politiche di incentivazione e di benefici e molti altri Paesi hanno adottato tali misure economico-fiscali che sembrano avere effettivamente un forte appeal per le aziende. Fa riflettere anche il caso di Dubai che rappresenta forse il caso di ZES più famosa al mondo con la creazione del Dubai Financial Centre (DIFC) che rappresenta una zona finanziaria libera, con giurisdizione indipendente in riferimento a diverse problematiche di tipo economico. Parlando di numeri si osserva che il DIFC, attraendo investitori da tutto il mondo, ha raggiunto un numero complessivo di circa 6.000 aziende registrate per la prima volta e nel solo primo semestre del 2024 ha registrato 830 nuove società, con un incremento del 24% rispetto al primo semestre del precedente anno (secondo i dati divulgati dallo stesso DIFC, il 30 luglio 2024). In questo contesto la politica dinamica della ZES è prodromica alla realizzazione di un centro logistico con vocazione al commercio alimentare che alla fine si presenterà come il più grande al mondo; contestualmente è previsto lo sviluppo della rete commerciale nella zona Asio-Pacifico rafforzando così il ruolo di competitor, ma forse sarebbe meglio dire leader, della città di Dubai nella catena di approvvigionamento dei prodotti e servizi che vanno dal fornitore al consumatore finale.

Con uno sguardo all’Europa si possono evidenziare le ZES dell’Irlanda, in particolare quella di Shannon, istituita nel 1959, dove vige un regime doganale speciale e sono garantiti vantaggi fiscali di diverso tipo, e quelle della Polonia, individuate anche con riferimento a specifiche caratteristiche produttive, come per le due aree di Katowice e di Cracovia a vocazione specializzata nell’industria dei trasporti (c.d. automotive).

Con la creazione di tali aggregazioni la politica europea si pone l’obiettivo di aumentare la competitività delle aziende che in esse vi operano, attrarre investimenti da operatori esteri, incrementare le esportazioni, sviluppare la produttività e l’innovazione, e non ultimo rafforzare il mercato del lavoro. Per maggior chiarezza occorre evidenziare che l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) individua diverse tipologie di ZES. Nello specifico: le zone di libero scambio (quelle presso porti ed aeroporti che prevedono esenzioni parziali o totali sui dazi dei beni che utilizzano materie prime importate, le lavorano e poi le riesportano), le export precessing zone (agevolano la riesportazione dei soli beni che vengono lavorati all’interno della zona stessa e il cui processo produttivo aggiunge valore al prodotto finito), le zone economiche speciali propriamente dette (si caratterizzano per la molteplicità delle agevolazioni, benefici e semplificazioni riservati alle aziende che in esse operano e che vi stabiliscono la propria sede), le zone speciali industriali (in esse i benefici sono riconosciuti solo ad aziende operanti in specifici settori che in esse si insediano). Le caratteristiche di ognuna di tali aree, che vengono proposte dalle diverse Nazioni, vengono verificate dalla Commissione europea per definirne l’effettiva operatività e la compatibilità con le norme in materia di aiuti di Stato (cioè il riconoscimento di aiuti finanziari a determinate attività o realtà produttive che presentano delle criticità che si vuole siano rimosse per motivi di politica economica e sociale).

Tornando all’Italia vediamo che l’iniziale esperienza di ZES, avviata nel 2017, ha come obiettivo, così come si legge nella relazione presentata al Senato della Repubblica, di fornire misure di sostegno alla nascita ed alla crescita delle imprese nel Sud d’Italia, mediante l’istituzione delle ZES, prevedendo pertanto semplificazioni, benefici e procedure più snelle per agevolare i cittadini e le attività imprenditoriali. Quindi un focus, un’attenzione rilevante, verso forme di incentivazione dell’imprenditoria giovanile e del processo di innovazione attraverso lo sviluppo di condizioni economiche favorevoli, incentivi fiscali e semplificazioni amministrativo-burocratiche per incentivare nuovi insediamenti industriali o far sviluppare quelli già esistenti nel Meridione.

Le ZES sono state individuate territorialmente all’interno dei confini dello Stato italiano, in zone geografiche ben delimitate ed identificabili che comprendono al proprio interno un’area portuale collegata alla rete transeuropea dei trasporti (trans-European transport networks TEN-T) così come individuata dalla normativa europea di riferimento (cioè il regolamento (UE) n. 1315/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 dicembre 2013). La leva è basata sull’incremento degli investimenti e sulle attività di sviluppo d’impresa. Le zone assoggettabili a tali agevolazioni possono essere proposte dalle Regioni meno sviluppate ed in transizione, e successivamente istituite con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che ne verifica il rispetto delle condizioni indicate dalla normativa europea. Le Regioni oltre a proporre le zone devono anche presentare un piano di sviluppo strategico indicando le caratteristiche delle aree individuate e le potenzialità di sviluppo. Sono ricomprese in questi ambiti anche zone senza porti purché contigue, o in associazione con un’area portuale avente le caratteristiche richieste dalla normativa europea.

Il passaggio successivo al decreto del 2017, e sue seguenti modificazioni, che aveva di fatto istituito 7 ZES (ZES Abruzzo, ZES Calabria, ZES Campani, ZES Ionica interregionale Puglia – Basilicata, ZES Sicilia Orientale, ZES Sicilia occidentale e ZES Sardegna), è stato il recente decreto legge n. 124 del 19 settembre 2023 che dal primo gennaio 2024 ha sostituito le precedenti 7 zone economico speciali con un’unica zona: la Zona economica speciale per il Mezzogiorno. Gli obiettivi che si pongono a base della costituzione della nuova zona unica consentiranno di rendere competitive le aziende operanti nel territorio di definizione della ZES unica meridionale, sia quelle già presenti sia quelle che si costituiranno nel tempo. È prevista l’istituzione della cabina di regia ZES presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri che provvederà a coordinare, dirigere, vigilare e verificare le attività svolte all’interno della area delimitata. Gli strumenti informatici a disposizione degli operatori riguarderanno il portale informatico (web) della ZES e lo Sportello Unico Digitale ZES (c.d. S.U.D. ZES) nel quale confluiranno tutti gli sportelli attivati secondo la precedente normativa che aveva individuato le citate 7 zone meridionali.

Indubbiamente la costituzione dell’unica ZES permetterà di far entrare in sinergia tutte le aziende operanti sul territorio in quanto tutte ricomprese nell’area agevolata, senza tenerne fuori alcuna, come sarebbe potuto accadere con la definizione di singole zone. Ci si aspetta che le attività amministrative siano rese davvero snelle, lontano dalle logiche politiche e partitiche, nonché da quelle di tipo malavitoso. Si ricorda che a tale nuova realtà amministrativo-gestionale, rinnovabile per 10 anni quindi fino al 2034, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (il PNRR) ha destinato risorse per 630 milioni di euro per la realizzazione di “Interventi speciali per la coesione territoriale” gestiti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Ovviamente le risorse messe in gioco obbligano a controlli e monitoraggi seri e costanti se non si vuole, anche questa volta, mancare l’incontro futuro con l’innovazione, lo sviluppo ed il progresso delle potenziali attività svolte dagli imprenditori del Sud d’Italia.

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15 Ottobre 2024

LA ZONA ECONOMICA SPECIALE UNICA SUD: CARATTERISTICHE di Alessandra Di Giovambattista

LA ZONA ECONOMICA SPECIALE UNICA SUD: CARATTERISTICHE

di Alessandra Di Giovambattista

26-10-2024 

Dal progetto iniziale, contenuto nell’articolo 4 del decreto-legge n. 91 del 2017 (c.d. decreto Sud), che prevedeva la creazione di diverse zone economiche speciali (ZES) individuate in specifici territori dell’Italia meridionale, si è passati, con il recente decreto-legge n. 124 del 19 settembre 2023, all’individuazione dell’unica macroarea del Meridione dove applicare le disposizioni a favore delle ZES. La zona unica Sud ha sostituito le 8 zone del Mezzogiorno che erano state individuate dal precedente decreto-legge del 2017 e che riguardavano le Regioni: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. La loro istituzione era finalizzata ad incentivare investimenti da parte di aziende già operanti o di nuovi investitori, attraverso benefici di tipo fiscale, nonché facilitazioni ed alleggerimenti di procedure burocratico-amministrative (come ad esempio l’autorizzazione unica per l’avvio delle attività produttive), nelle zone portuali e limitrofe ad esse. Per tali interventi il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha destinato risorse per 630 milioni di euro per investimenti in infrastrutture dedicate ai collegamenti con le reti trans-europee di trasporto (TEN-T) e 1,2 miliardi di euro per interventi da destinare a favore dei principali porti del Meridione.  Tuttavia l’avvio di tali nuovi incentivi legati solo a determinate zone del Paese ha fatto ripensare la misura nella sua interezza e, per favorire una programmazione integrata in tutto il territorio e coordinata con le varie attività, si è preferito costituire una ZES unica per il Mezzogiorno. E in tal senso si è cercato quindi di massimizzare e rilanciare sullo scenario economico mondiale la produzione, la competitività e la specificità di tutte le realtà produttive del Sud d’Italia, che rappresentano oggi un tessuto vivo ma che ha bisogno di essere valorizzato al meglio sia in ambito territoriale, sia settoriale. Così si cerca di far crescere al medesimo passo ed offrendo le stesse opportunità, tutte le aziende già presenti sul territorio e tutte quelle che vorranno insediarsi per utilizzare al meglio queste opportunità.

L’unità della ZES è anche spiegata dalla complessiva e generale difficoltà territoriale dell’intera area del Mezzogiorno che si presenta in costante ritardo nello sviluppo e negli investimenti rispetto alla media dell’Unione Europea. In particolare, secondo la pubblicazione DESI 2022 (compendio europeo che analizza l’Indice di Digitalizzazione dell’economia e della società, in inglese Digital Economy and Society Index - DESI), la stagnazione economica del Mezzogiorno è causata dal ritardo tecnologico e da una basso livello di scolarizzazione e tale gap non solo rappresenta un problema per l’Italia, ma assume rilevanza anche per tutta l’area europea, andando ad ostacolare il raggiungimento dell’obiettivo della coesione sociale, economica e territoriale a cui punta l’intera Europa. Pertanto l’estensione della zona ammessa ai benefici, a tutta l’area del mezzogiorno, cerca di colmare la differenza di risultati e performance che il Sud non riesce a garantire: non solo attraverso un’attenzione alle zone portuali e a quelle ad esse limitrofe, ma anche a tutto il territorio meridionale alla ricerca della razionalizzazione e dello sviluppo complessivo di tutta l’area e di tutti i settori affinché le politiche fiscali, basate essenzialmente sulle agevolazioni, possano svolgere al meglio la propria attività di motore dell’economia e dello sviluppo.

Il nuovo decreto-legge pone così un focus particolare anche sulla modalità di governo, cosiddetta governance delle realtà produttive presenti nelle ZES che deve essere adeguato all’unicità dell’ambito territoriale pur nel rispetto di ogni specificità locale. La strategia di sviluppo deve pertanto essere univoca e permettere il rilancio delle regioni del Sud seguendo un percorso unitario ma al contempo differente per ogni settore e territorio: ciò rende la governance complessa ed articolata. Pertanto la ZES unica prevede una Struttura di missione specifica, nell’ambito della Presidenza del consiglio dei Ministri, che raccoglie l’eredità della precedente impostazione legislativa e cerca di agire sui fattori critici delle aziende operanti nel Mezzogiorno. Quindi tutte le misure agevolative fiscali ed amministrative saranno coordinate a livello unitario al fine di gestire in modo coeso ed efficiente tutti i fondi e gli strumenti posti in gioco dalle amministrazioni europee, mediante il PNRR, e nazionali con lo sguardo rivolto verso la crescita armoniosa e sinergica di tutto il territorio meridionale. La sfida si gioca anche sull’impatto che il Sud d’Italia potrà avere per la nazione e per l’Europa tutta, con lo scopo di risvegliare il progresso delle aziende già esistenti ed attrarre le nuove attività produttive. A tal fine è disposto che la struttura di missione possa avvalersi del supporto e delle conoscenze professionali dell’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa S.p.A - INVITALIA.

Viene prevista quindi l’apertura, presso la struttura di missione, di un portale unico telematico della ZES (portale web) e la predisposizione di una nuova procedura autorizzatoria basata sulla unicità del territorio della ZES. Il portale informatico, anch’esso strutturato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, fornirà tutte le informazioni necessarie alle imprese per poter godere dei benefici messi a disposizione e creerà i presupposti per accedere allo Sportello unico digitale S.U.D. ZES. Ad esso le aziende dovranno presentare istanze, documenti, programmi e progetti per attivare la procedura tecnica-amministrativa che verificherà i presupposti e rilascerà apposite autorizzazioni, nulla osta e pareri per poter realizzare i progetti presentati sotto l’egida delle normative amministrative e fiscali agevolative. L’obiettivo è quello di gestire all’unisono tutte le procedure autorizzative così da poter rafforzare il processo di efficientamento dell’attività burocratica svolta dalla pubblica amministrazione. Ed infatti l’unica procedura permetterà di non dover duplicare autorizzazioni, documenti, e decisioni; con il coinvolgimento poi di tutti i responsabili dei diversi procedimenti la decisione che verrà presa, giocoforza, in modo univoco troverà la sua naturale composizione nella definizione di un unico parere, decisione e/o autorizzazione che consentirà un’efficace azione ammnistrativa volta all’attuazione dei progetti presentati per la ZES unica per il mezzogiorno. Il portale web dovrà operare cercando di utilizzare i migliori standard tecnologici e rispettando la normativa prevista in materia di transizione digitale. Per ogni azienda verrà così costruito un fascicolo informatico d’impresa dove trovare tutti i documenti presentati per perfezionare il procedimento unico autorizzatorio; in via transitoria le richieste di autorizzazione saranno evase dallo sportello unico per le attività produttive (SUAP) territorialmente competente il quale provvederà ad inviare tutta la documentazione alla struttura di missione ZES.

È stata creata anche una cabina di regia per la ZES, senza oneri aggiuntivi per l’erario, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri con compiti di controllo, monitoraggio, indirizzo e coordinamento; è composta da diversi ministri rappresentanti più settori e vi prendono parte anche i Presidenti delle regioni interessate dalla ZES unica. Tuttavia, con finalità di collaborazione e miglioramento degli obiettivi e delle azioni poste in essere, possono essere invitati a partecipare anche rappresentanti di enti pubblici locali e nazionali ed i portatori di interessi collettivi o diffusi. Nello specifico si parla di interessi collettivi quando vi è un interesse difeso da un’organizzazione, in quanto l’interesse per sua natura non è riconducibile ad un singolo soggetto. Pertanto sarà salvaguardato l’interesse omogeneo riconducibile ad un gruppo di soggetti e come tale è tutelabile esclusivamente attraverso la mediazione di un soggetto collettivo organizzato. L’interesse diffuso è invece riferibile a un complesso di persone non facilmente individuabili nella loro posizione di soggetti portatori di un interesse specifico. Si parla così di azioni intraprese, ad esempio, dai consumatori, o dai rappresentanti delle famiglie, o dagli utenti dei servizi pubblici, a tutela di tutta la categoria, di cui ognuno fa parte, che si muovono in gruppo perché singolarmente non avrebbero una forza contrattuale capace di poter contrastare la parte a cui rivendicare la tutela dei diritti lesi.

Questi quindi, in estrema sintesi gli obiettivi posti dalla nuova legislazione per sfidare la competitività internazionale sempre più forte e basata soprattutto sui processi di innovazione e ricerca che necessitano prima di tutto di ingenti capitali sia umani e sia finanziari.

Non rimane quindi che ragionare sulle eventuali difficoltà e criticità che potrebbero influire sullo sviluppo e l’evoluzione della misura qui descritta che se ben valutate ed analizzate potrebbero trasformarsi in opportunità, ma questa è un’altra tematica da approfondire.

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26 Ottobre 2024

BREVE STORIA DELLA CASSA PER IL MEZZOGIORNO di Alessandra Di Giovambattista

BREVE STORIA DELLA CASSA PER IL MEZZOGIORNO

di Alessandra Di Giovambattista

09-11-2024 

Ragionare sulla questione meridionale è sempre molto interessante se si pensa alle cause che, dopo la nascita del nuovo regno d’Italia nel 1870, hanno condizionato il perdurare di una nazione sostanzialmente depressa ed arretrata. In sintesi si può dire che i diversi tentativi di modernizzazione del Paese hanno di fatto generato una crescente spaccatura tra le diverse regioni. Se è vero che l’inizio dell’industrializzazione parte generalmente da zone ben delineate di una Nazione, è anche vero che il processo poi si dovrebbe allargare a macchia d’olio per effetto del movimento dei lavoratori, del progresso tecnologico e degli investimenti di capitale. Tuttavia ciò non avvenne perché dopo l’Unificazione d’Italia furono prese delle decisioni che si può senza alcun dubbio definire come penalizzanti per il Meridione.

Infatti il Regno di Napoli aveva introdotto delle tariffe protezionistiche proprio per tutelare il proprio tessuto imprenditoriale; ovviamente con l’unificazione le tariffe vennero abolite, ma ciò avvenne in modo drastico, senza un periodo di transizione e ciò provocò numerosi fallimenti delle aziende presenti sul territorio. In particolare collassarono le aziende tessili collocate in diverse zone del Sud; in particolare fallirono le aziende tessili della seta del rinomato complesso di San Leucio (in provincia di Caserta), con l’aggravio che i suoi macchinari furono portati a Valdagno dove si creò la prima fabbrica tessile del Veneto! Una domanda è d’obbligo: perché non furono investiti i capitali nella stessa zona di San Leucio e le attrezzature lasciate dove erano? Quello che fu fatto a Valdagno perché non si poteva fare a San Leucio? La risposta è ben evidente: motivi territoriali e di mentalità ancora chiusa e medievale ancorata al potere dei territori italiani del nord che volevano una supremazia rispetto ai territori meridionali. Stessa sorte toccò alle cartiere di Sulmona e alle ferriere di Mongiana i cui macchinari furono smantellati e reinstallati in Lombardia. E anche qui le considerazioni sono le medesime: perché non sono state potenziate e innovate le strutture già esistenti al Sud? Perché si è preferito spostare a Nord le produzioni lasciando che il territorio meridionale si impoverisse sempre di più? Ulteriore conseguenza fu la forte emigrazione verso paesi esteri perché al Sud non era più possibile trovare lavoro. A ciò si aggiunse il fatto che gli appalti per la costruzione delle infrastrutture nel mezzogiorno furono tutti affidati ad imprese settentrionali, in particolare piemontesi e lombarde che furono pagate attraverso l’utilizzo di risorse essenzialmente prese dal Sud a cui furono imposte tasse molto pesanti. Il tutto provocò grande scontento tra le popolazioni meridionali che videro traditi i principi ispiratori dell’unificazione italiana; ormai i piemontesi erano visti come sfruttatori e depredatori di risorse.

Ma c’è di più; il governo della giovane nazione italiana pensò bene di ripristinare la tassa sul macinato, fu aumentato il prezzo del sale e dei tabacchi, le riserve d’oro del Banco di Napoli e di diversi altri istituti bancari del Sud furono versate nelle casse del Banco di Sardegna, i beni della Chiesa vennero venduti all’incanto e diversi rappresentanti del clero furono deportati o arrestati, negli uffici pubblici furono occupate solo persone piemontesi. In poche parole dopo l’unificazione il modello economico, politico, amministrativo e sociale che soppiantò tutte le differenti organizzazioni presenti sugli altri territori fu il modello piemontese, ispirato da Cavour, secondo una non verificata credenza che il modello francese fosse di fatto il più efficiente e senza provare ad immaginare un modello italiano originale. Tra le altre innovazioni egli proposte una politica liberista di commercio con la Francia che ebbe il solo fine di garantire il riconoscimento dell’Italia nel contesto internazionale; infatti dal punto di vista economico ciò costò molto sia al Nord, che non era ancora in grado di competere con le imprese presenti nelle nazioni più sviluppate (Francia ed Inghilterra), sia al Sud che vide ancora più acuirsi la sua condizione di arretratezza ed il divario con il Settentrione. Ulteriore risultato fu l’ingresso di imprese straniere sul territorio italiano. Bisogna poi sottolineare che sul finire del XIX secolo i territori più sviluppati, anche per le attività agricole, erano soprattutto i territori della pianura lombardo-piemontese che furono di fatto i grandi beneficiari delle azioni di politica economica del Regno d’Italia: in definitiva le risorse finanziarie erariali erano destinate tutte al nord Italia, lasciando di fatto sguarnito il Meridione.

Il divario Sud-Nord continuò così ad aumentare e iniziò anche lo sfruttamento delle masse contadine alimentato dalle baronie latifondiste rafforzate dalla riforma fondiaria sabauda. Fu così che per disperazione e rabbia crebbero le rivolte e si alimentò il fenomeno del brigantaggio; così il Sud non ebbe la forza di innovarsi, o meglio non gli furono offerte opportunità e risorse per cercare di sconfiggere il fenomeno del latifondismo e dello sfruttamento della piccola proprietà agricola. La situazione era così drammatica che non restava che emigrare verso paesi stranieri. Tuttavia l’arretratezza non riguardava solo l’ambito economico, ma soprattutto quello sociale, dovuto ad una popolazione per lo più analfabeta, dove l’istruzione pubblica era poco diffusa e non omogeneamente distribuita sul territorio. Quindi nel momento dell’unificazione l’Italia si presentava come una nazione nel suo complesso arretrata, con poche zone più moderne.

Facendo un balzo in avanti, e sorvolando sul periodo delle due grandi guerre, si arriva al periodo postbellico in cui si assiste ad un vero e proprio miracolo economico, con una crescita ad un tasso elevatissimo, persino più alto di quello registrato negli Stati Uniti d’America e nel Regno Unito. Effettivamente, negli anni 50 i nostri politici si accorsero che il Sud si presentava in una condizione di forte arretratezza e posero la sua rinascita tra i primi obiettivi della Repubblica. I danni provocati dal conflitto mondiale riguardavano soprattutto le vie di comunicazione; erano andati distrutti strade, ponti, ferrovie, linee elettriche, porti. Anche i settori agricolo ed industriale erano stati pesantemente danneggiati. Quasi tutti i rappresentanti dei partiti di allora si sentirono coinvolti a favore della crescita del Sud: i democristiani, i liberali, i repubblicani, i socialisti, ed i rappresentanti del partito d’azione.

Così, nel 1950 fu costituita un’Agenzia chiamata “Cassa per il Mezzogiorno” che aveva l’obiettivo di effettuare investimenti nel Meridione per farne decollare l’economia; alla redazione del progetto partecipò direttamente l’allora Governatore della Banca d’Italia (Donato Menichella). Fu così che le imprese statali iniziarono ad investire ma anche le imprese private, incentivate da ingenti sussidi, iniziarono a creare aziende impiegando notevoli capitali. La Cassa nacque con la legge n. 646 del 10 agosto del 1950, nella veste di ente autonomo, con personalità giuridica e un territorio da amministrare composto dalle regioni del Sud: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna; ad esse si aggiunsero porzioni di territorio nel sud del Lazio, alcuni comuni di Roma e di Rieti, alcune aree delle Marche e della Toscana.

Durante i primi anni di vita la Cassa usufruì di autonomia sia nella pianificazione degli interventi che nella gestione delle risorse finanziarie, anche se per onestà di cronaca occorre sottolineare l’influenza degli Stati Uniti nella determinazione dei progetti strutturali. La Cassa fu dotata di un capitale iniziale che proveniva dal finanziamento della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (IBRD) creata dall’Organizzazione delle Nazioni unite (ONU). Le risorse furono concesse sotto la condizione che la loro gestione non fosse affidata a burocrati assoggettabili a pressioni politiche, bensì ad organismi che avrebbero operato sotto la supervisione della IBRD. E di fatto nei primi anni di vita della Cassa si vide l’importanza dell’autonomia della struttura e della competenza tecnica. La legge istitutiva stessa aveva come obiettivo l’eliminazione di ritardi burocratici o ingerenze di diverso genere, soprattutto di natura politica, che avrebbero potuto neutralizzare gli effetti positivi di natura straordinaria, in quanto si dovevano creare rapidamente nuove strutture per ampliare e consolidare il tessuto industriale del Sud. Agli occhi degli osservatori esteri l’esperienza della Cassa nei primi anni di attività apparve positiva, anche se non possono nascondersi difficoltà causate dalla mancanza di collaborazione da parte delle amministrazioni statali e locali le quali peraltro non disponevano di personale qualificato.

Era tuttavia il suo carattere speciale che aveva permesso di creare un’organizzazione con uffici decentrati, precisamente a Roma (per evitare ingerenze locali), di elevato livello tecnico: infatti furono assunti tecnici (con percentuali di laureati pari a circa il 95%) altamente qualificati in diversi settori: agronomi, geologi, ingegneri, geometri, architetti. Il loro compito era quello di programmare e pianificare gli investimenti in infrastrutture mediante l’utilizzo delle risorse a disposizione della Cassa. Gli osservatori esteri inviati dalla IBRD testimoniarono che i tecnici posti alla direzione della struttura era di elevato spessore professionale e questo non poteva che garantire la bontà dell’azione e l’efficienza nel raggiungimento degli obiettivi.

Purtroppo però l’indipendenza e le capacità tecniche della Cassa non furono mantenute a lungo; dopo 15 anni la politica voleva riprendersi il suo dominio sull’attività di ricostruzione del Sud e assegnò la supervisione dei programmi al Ministero per l’intervento straordinario per il Mezzogiorno che poteva arrivare a dichiarare lo scioglimento dell’Agenzia in caso di inosservanza delle linee guida impartite dal dicastero. Fu così che tutti i ministri per il Mezzogiorno dai primi anni settanta, usarono i loro poteri amministrativi in modo invasivo: la Cassa aveva smesso di essere un ente autonomo! Inoltre negli anni 70 con la creazione delle Regioni e l’attribuzione ad esse di poteri sostanziali si frammentò l’azione della Cassa e ne iniziò così il collasso. Infatti le Regioni aumentarono l’ingerenza politica sull’operato dell’Agenzia, che peraltro si suddivise in diverse realtà locali; tutti i tecnici furono sostituiti da personale di fiducia partitica.

Praticamente all’inizio degli anni 80 le risorse devolute come trasferimento di reddito per sostenere le condizioni di vita nel breve periodo (praticamente clientele dirette) superarono quelle destinate agli investimenti. Si persero così l’autonomia e l’indipendenza delle scelte strategiche che avevano guidato la Cassa nei primi 15 anni e ne avevano garantito l’efficienza dell’operato. Così lo Stato dimostrò la totale inadeguatezza nella gestione delle risorse per il Sud che furono dirottate, attraverso una amministrazione poco trasparente delle risorse, verso clientele partitiche nazionali e locali. A ciò si affiancò non solo una diminuzione dei sussidi ordinari all’industria in questa zona del Paese rispetto alle altre aree, ma anche l’invio di aiuti industriali al Sud a favore di imprenditori locali che ottennero risorse pubbliche ma non produssero alcun tipo di risultato sul piano economico industriale.

La missione della Cassa per il Mezzogiorno, dopo un biennio di commissariamento (dal 1984 al 1986) fu affidata all’Agensud, che rimase operativa fino al 1993, anno in cui se ne dichiarò il fallimento. Le cause del totale collasso furono l’incapacità di gestire con trasparenza, tempestività ed economicità le risorse destinate al sud: almeno 21 miliardi di vecchie lire, destinate al Sud, non arrivarono mai!

 

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09 Novembre 2024

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