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IL SUICIDIO ASSISTITO: QUANDO L’ESSERE UMANO DECIDE DI MORIRE. di Alessandra Di Giovambattista

IL SUICIDIO ASSISTITO: QUANDO L’ESSERE UMANO DECIDE DI MORIRE.
di Alessandra Di Giovambattista

 

01-02-2024

Da qualche tempo è arrivata la notizia che il Canada, paese dove è riconosciuto il diritto al suicidio assistito, ha deciso di consentire la pratica dell’eutanasia anche per i poveri. Quella che finora era considerata una pratica disumana ed un crimine ora viene riconosciuta come un diritto ed un’espressione di progresso. Con il termine di eutanasia si intendono azioni o omissioni che per loro natura e nelle intenzioni di chi agisce o omette di agire, procura anticipatamente la morte di un malato con lo scopo di alleviarne le sofferenze. Si può quindi definire come l’uccisione di un soggetto consenziente in grado di esprime la volontà di morire o mediante l’aiuto del medico a cui si chiedono farmaci letali in auto somministrazione (suicidio assistito) o con la richiesta al medico di essere soppresso nel presente o in un momento futuro (eutanasia in senso stretto).
Da una ricerca condotta nell’Università di Oxford, ad opera del ricercatore Yuan Yu Zhu, emerge che la morte medicalmente assistita si può autorizzare in Canada anche per i pazienti che non sono più in grado di fronteggiare finanziariamente le crescenti spese mediche inducendoli a ritenere che sia meglio per loro non intraprendere cure costose e scegliere di gettare la spugna. Nel 2016 per poter accedere al suicidio assistito doveva essere presente una “ragionevole previsione” di morte naturale; dal marzo 2023, invece, con le nuove disposizioni normative è sufficiente una patologia o una disabilità, che il soggetto consideri insopportabile e quindi inaccettabile, per poter chiedere di ricorrere alla procedura di morte medicalmente assistita. Lo stesso ricercatore evidenzia che attualmente il Canada presenta, tra i paesi industrializzati, la più bassa spesa sociale, le più lunghe liste di attesa per prestazioni mediche e non finanzia e non organizza le cure palliative. Queste ultime rappresentano un approccio integrato di assistenza e cura del paziente grave o terminale, capaci di migliorare la qualità della vita del malato e delle famiglie attraverso la prevenzione ed il trattamento del dolore, e di altri problemi di diversa natura: psichici, fisici, spirituali, mediante la somministrazione di farmaci analgesici, il sostegno psicologico, la riabilitazione, il conforto religioso. In questo senso le cure palliative sostengono la vita, e guardano alla morte come ad un processo naturale e non la anticipano o la pospongono ma piuttosto aiutano ad affrontare l’evento attraverso un approccio curativo sinergico.
Detto ciò è facile immaginare come alla base di queste scelte di legittimazione dell’interruzione della vita vi sia, non ultima, la motivazione finanziaria: già nel 2020 l’ufficio parlamentare canadese di bilancio aveva evidenziato che l’eutanasia avrebbe fatto risparmiare molte risorse. Attualmente si risparmiano circa 87 milioni di dollari canadesi all’anno grazie all’induzione al suicidio assistito al posto della somministrazione di cure, magari a lungo termine, a carico dello Stato. È stato poi calcolato che dal 2023 vi sarà un ulteriore risparmio annuale di 62 milioni di dollari canadesi grazie all’ampliamento dei casi per i quali sarà concessa l’eutanasia, in particolare ai malati psichiatrici. I paesi che attualmente prevedono tale possibilità sono pochi e tra questi vi è l’Olanda dove le norme disciplinano la morte medicalmente assistita per sofferenza psichica irrimediabile.
È evidente che i problemi, nel caso dei malati psichiatrici, risiedono nel fatto che: il paziente, in via autonoma dovrebbe essere in grado di formulare questa richiesta, la sofferenza che si subisce sia insopportabile e senza rimedio e sia valutata anche nel tempo futuro, il paziente ed il medico dovrebbero concordare che non ci sono presenti o future alternative di trattamento, tenendo in debita considerazione che in passato alcuni trattamenti potrebbero non essere stati adeguati e che invece le cure future potrebbero rappresentare una valida scelta. Ma qui sorge spontaneo un quesito: il paziente sarà in grado di valutare se il medico sta agendo per il proprio bene, secondo deontologia e retta coscienza? Oggi più che mai occorre vigilare perché nascoste motivazioni, come ad esempio quelle economiche, non prevalgano sul rispetto e la dignità della vita umana.
Ma c’è di più; da un recente sondaggio della Research Co. (società canadese di raccolta e gestione quali-quantitativa di dati) è emerso che il 30% dei canadesi sarebbero favorevoli al suicidio assistito per le persone povere o senzatetto; il Canada è uno dei pochi paesi al mondo che ha legalizzato l’eutanasia anche quando il paziente non ha una malattia terminale, ma è sufficiente che la malattia sia grave ed irrimediabile, come ad esempio nei casi delle persone disabili. Ma la cosa che più fa riflettere è che una quota di cittadini canadesi è favorevole al suicidio assistito anche quando la persona non presenta patologie: il 27% ha affermato che sarebbe favorevole a legalizzare l’accesso alla morte medicalmente assistita nei casi di povertà, il 28% ha individuato come causa sufficiente l’essere un senzatetto, ed il 20% ritiene che sia legittimo chiedere la morte medicalmente assistita senza alcuna ragione medica, pertanto per qualsiasi motivo. Infatti, è sintomatico, che in Canada il suicidio assistito possa essere approvato e somministrato dagli infermieri senza alcuna approvazione e vaglio medico. E negli ultimi anni i decessi assistiti sono andati aumentando vertiginosamente (dal 2021 al 2022 l’incremento è stato del 32,4%). Per il 43% sarebbe sufficiente anche la sola malattia mentale per attivare il processo di suicidio assistito; il Canada ha rinviato a questo anno, il 2024, la decisione nel merito e affiancherà anche la proposta per gli individui poveri ed i senzatetto; è degna di riflessione la considerazione che i più emarginati forse potrebbero avere una possibilità di rinascita qualora vi fossero adeguate politiche socio-economiche. È notizia dell’ultima ora che il governo canadese ha previsto un ulteriore rinvio della decisione in merito all’estensione del suicidio assistito per le persone affette da patologie mentali in quanto il sistema non sembra essere pronto per tale espansione in quanto non ci sono sufficienti professionisti in grado di valutare i pazienti.
Inoltre la recente legge canadese in tema di suicidio assistito - che muove i suoi passi dalla sentenza della Corte Superiore del Quebec del 2019 in cui si era stabilito che limitare il suicidio assistito alle sole persone con una morte ragionevolmente prevedibile fosse una violazione dei diritti umani – prevede che si rinunci al consenso finale da parte del paziente e che si vieti l’obiezione di coscienza dei medici. Queste due ultime circostanze sembrano rappresentare una grave lesione dei diritti: il diritto del malato di ripensare fino alla fine al compimento di un atto estremo, e il diritto per i medici ed il personale sanitario di rifiutarsi di somministrare farmaci che uccidono, invece di curare o quantomeno di alleviare le sofferenze. La privazione dell’obiezione di coscienza per il personale sanitario è contraria anche alla deontologia medica che si basa sul giuramento di Ippocrate che vieta qualunque forma di eutanasia e di somministrazione di farmaci che possano indurre la morte. Questa sorta di obbligo viola ogni forma di libertà esprimibile dal personale sanitario che, mentre non potrebbe assolutamente opporsi alle cure per i pazienti, potrebbe invece opporsi al suicidio assistito o all’eutanasia in quanto non riconosciuti come atti medici: il medico deve fare di tutto per curare, e tra le pratiche consentite non c’è assolutamente quella di aiutare il paziente a morire.
È emerso quindi che i canadesi, con l’ampliamento dei criteri del ricorso all’eutanasia, hanno trasformato quella che sarebbe dovuta essere una pratica opzionale per le persone prossime alla morte e prive di speranza, in una concreta possibilità di scelta qualora non si abbiano sufficienti risorse o si abbia un presentimento infausto sul proprio futuro. Il 36% dei canadesi ha indicato come elemento decisivo a favore della scelta del suicidio medicalmente assistito l’onere (finanziario e affettivo) sui propri familiari, sugli amici e sugli operatori sanitari, mentre il 17% degli intervistati ha individuato come componente decisiva della propria scelta l’isolamento e la solitudine.
È facile intravedere in queste norme una nuova modalità legalizzata ed accettata di esaltazione dell’eugenetica. La cosa che più stupisce e che non ci si soffermi sul fatto che, volendo andare fino in fondo, ognuno di noi, chi più chi meno, è affetto da patologie - c’è chi le ha conclamate (e quindi risulta oggettivamente definibile come malato) e chi le ha subdole presentando una predisposizione genetica ad ogni sorta di fragilità - e la morte sarà sicuramente l’ultima parola, per ognuno di noi. Ma perché individuare malati privilegiati e malati svantaggiati; come sempre chi avrà le possibilità finanziarie avrà dei canali preferenziali di cura, fino alla fine, invece chi non avrà sufficienti disponibilità potrà scegliere di farsi uccidere con il proprio consenso. È dei nostri giorni la notizia che un personaggio pubblico stia incontrando problemi per trovare degli enzimi salvavita; per lui sembra si sia mosso anche il Governo! Se si fosse trovato in Canada e se fosse stato una comunissima persona possiamo ipotizzare che gli avrebbero potuto proporre il suicidio assistito per non gravare troppo sulle finanze dello Stato?
Per contro, perché non proviamo ad approfondire quali sono le motivazioni che spingono tanti malati a lottare contro la morte in silenzio e in preghiera affidandosi anche alla parte spirituale che vibra nell’intimo? L’uomo ha per istinto la sopravvivenza; la vita è una guerra fatta di tante battaglie, ma vale la pena di combatterle perché non si può rinunciare a nessun momento che possa riempire la vita che, pur nella sofferenza, potrebbe riservare amore e felicità. Come può una madre o un padre decidere di abbandonare anche solo un momento prima i propri figli? Perché privare una coppia innamorata o delle persone giovani di giorni di vita, in cui poter sentire l’importanza della propria esistenza per sé e per gli altri e facendo della loro esperienza di sofferenza un esempio per noi tutti, in particolare per i più giovani che sembrano ormai anestetizzati ad ogni forma di dolore e di compassione?
Il malato dovrebbe essere visto come un soggetto riflesso nel nostro stesso specchio; potremmo esserci noi un domani dall’altra parte. Saremmo davvero felici di sapere che una legge possa decidere della nostra vita, al nostro posto o al posto dei nostri familiari, senza dare l’opportunità di poterci far accompagnare dai nostri cari verso il passo terreno finale e di poterci far godere fino alla fine della possibilità di essere portatori, anche se più fragili, di un’esistenza ancora densa di insegnamento, sapienza ed amore?
Piuttosto perché non si potenziano le cure palliative che rappresentano invece una forma di solidarietà e di condivisione della malattia considerata come elemento facente parte della vita? Offriamo al malato l’opportunità di poter scegliere altre terapie rispetto al suicidio assistito che il più delle volte, quando si è in preda a crisi di solitudine, potrebbe rappresentare l’unica forma di soluzione alla grande sofferenza patita. Il malato è una persona fragile al quale si deve riconoscere il massimo rispetto per le proprie scelte, ma credo sia anche importante offrire, come alternativa, una generosa e sensibile attività terapeutica, psicologica e spirituale, attraverso le cure palliative. Solo così potremo dire di aver permesso al malato di compiere serenamente e consapevolmente la scelta per lui più giusta, ma soprattutto di avergli offerto l’opportunità di valutare la possibilità di dare il massimo valore ad ogni suo attimo di vita.

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01 Febbraio 2024

SUICIDIO ASSISTITO, EUTANASIA, CURE PALLIATIVE: RIFLESSIONI di Alessandra Di Giovambattista

SUICIDIO ASSISTITO, EUTANASIA, CURE PALLIATIVE: RIFLESSIONI
di Alessandra Di Giovambattista

 

15-02-2024

Si vorrebbe proporre ora, dopo averne parlato con finalità conoscitive in precedenti articoli, una riflessione sul suicidio assistito, sull’eutanasia e le cure palliative. Il tema è delicato e complesso e non si ha la pretesa di volerlo esaustivamente approfondire, ma è forte la spinta interiore, dettata dall’amore alla vita che ognuno di noi sente, almeno istintivamente.
Coloro che hanno a cuore la propria esistenza in genere sono persone che hanno ricevuto amore e quindi sanno cosa vuol dire quel benessere interiore, quel calore che ti viene da dentro che ti fa stare bene e ti fa andare avanti anche nel dolore, consapevole che in fondo al tunnel ci sarà la luce. Questa si chiama speranza, una delle virtù teologali che rendono l’uomo libero e coraggioso di accettare le sfide più ardue, nella sicurezza che alla fine ci sarà amore, per la vita eterna: è indubbio che questa è una visione esclusivamente spirituale della vita.
Tuttavia volendo dare un significato più razionale alla vita ed al suo valore, anche nella sofferenza e nel dolore, occorre soffermarsi sull’aspetto istintivo che hanno tutti gli esseri viventi: la conservazione e la difesa della propria vita e di quella delle persone care. L’essere umano aggiunge a questo approccio istintivo anche la tutela e la cura dei più fragili, mosso da sentimenti di compassione. È quindi capace di interagire con gli altri, ed anzi per l’uomo è una necessità il relazionarsi con il prossimo perché solo così prende consapevolezza di sé e dell’ambiente in cui vive. Ma il valore della comunità e della condivisione viene esaltato quando l’essere umano è affetto da una condizione di malattia infausta: per chi è circondato da affetti sinceri l’avvicinarsi della morte risulta meno opprimente rispetto a chi si trova in totale solitudine. Solo nel rapporto con gli altri si misura l’amore donato e ricevuto e quando si è soli si perde il valore della vita, ci si sente avulsi dalla realtà e rifiutati perché malati e non più utili alla comunità, in una parola si prova disperazione. È lo stato d’animo di chi non ha più speranza, di chi è oppresso da un inconsolabile sconforto e da abbattimento psicologico e morale dovuto alla solitudine; in tal caso si è facile preda dei più nefasti e oscuri pensieri.
Ed è forse proprio qui che si gioca la partita: in un mondo che ha perso ogni prospettiva e forma di affetto - dove si vive alla giornata, dove conta il numero di persone che ti seguono (followers) qui, ora, oggi, senza una aspettativa di futuro che non sia il solo denaro, dove non servono gli affetti ma solo il saldo del conto bancario, dove per soddisfare il personale potere su persone e cose si è capaci di scatenare guerre e violenze, dove i bambini non conoscono più l’affetto e la dedizione dei genitori, dove gli strumenti elettronici hanno preso il posto delle relazioni interpersonali in una sconsiderata esaltazione dell’intelligenza artificiale - forse si perde il senso della vita. Nel mondo odierno sembra non esserci più posto per la solidarietà, la condivisione, la compassione; ognuno è preso dalle proprie problematiche ed anche in famiglia si soffre sempre più di solitudine; è quest’ultima che porta alla disperazione e spinge a credere che non ci siano soluzioni ai problemi. Quando si è gravemente malati la solitudine gioca un ruolo fondamentale; ci si sente isolati e non accolti; come dice Papa Francesco ci si sente scartati, quindi non solo improduttivi ma anche consumatori di risorse che potrebbero essere destinate per obiettivi economicamente più “meritevoli e convenienti”!
E’ quando non si è amati e non si ama che ci si sente soli, e sopravviene lo è sconforto, e in fondo al tunnel c’è solo un buio ancora più oscuro senza speranza di cambiamento e di vita. È in questa situazione che l’uomo getta la spugna, perde il senso del combattimento dell’esistenza che ha invece come obiettivo l’intento di cercare di migliorare le proprie e le altrui condizioni in uno slancio di generosa e collettiva condivisione del bene. Perde l’essenza della vita che non è solo capacità di produrre, di essere attivi, di avere un bell’aspetto estetico ma è soprattutto capacità di generare affetto e amore verso le persone che ti circondano, anche se si è diventati più deboli e fragili.
Diventa allora indispensabile sostenere il malato, non permettere che rimanga in balia della solitudine; è quando ci si sente abbandonati che diventa più facile e comprensibile esprimere la propria disarmante decisione di mollare tutto. In condizioni di sconforto è determinante offrire una possibilità di scelta che conduca prima di tutto ad esperire le cure palliative che rappresentano la sola attuale possibilità di affrontare la malattia con dignità e con minor grado di sofferenza, accompagnando il malato al suo finale traguardo terreno.
Dopo di che si può dire che potrebbero aprirsi due vie: una più spirituale in cui si accetta la morte aiutati da farmaci che leniscono il dolore e tengono sotto controllo la sofferenza a livelli di umana sopportazione, l’altra che segue l’istinto più naturale in cui, per paura della sofferenza, si sceglie il suicidio assistito (che nella nostra attuale giurisprudenza prevede i seguenti requisiti: il malato sia capace di intendere e di volere, presenti una patologia irreversibile, fonte di gravi sofferenze fisiche o psichiche, e che dipenda da trattamenti di sostentamento vitale), volendo assolutamente escludere l’eutanasia attiva che rappresenta la modalità con cui si procura il decesso del malato attraverso l’uso di un farmaco letale. È indubbio, a mio parere, che sia comunque il malato ad avere il diritto di esprimere l’ultimo consenso, ma è importante che tale decisione sia presa in totale consapevolezza e condivisione massima, circondato da affetti e conforto spirituale e psicologico. Solo così la scelta sarà davvero libera e non indotta da sentimenti di disperazione e sconforto.
Ovviamente potremo anche trovarci di fronte a casi in cui il malato non sia più cosciente e quindi non sia più capace di intendere e di volere, ed allora sarebbe opportuno che lasci indicate le sue volontà circa le scelte sulle cure mediche. Si apre quindi il discorso del testamento biologico, uno strumento che deve poter coniugare le scelte sanitarie del paziente con i personali convincimenti religiosi, etici, filosofici, morali. Ognuno deve essere libero di autodeterminarsi – anche se sarebbe opportuno aiutare il paziente a riflettere anticipatamente sul valore della vita e della propria esistenza per sé e per tutti i propri cari - ma indubbiamente deve poterlo fare nel modo più consapevole e sereno possibile. Sarà quindi necessario un affiancamento spirituale, scientifico, morale, etico che alla fine consenta al paziente di disporre liberamente della propria vita. Ritengo, nel profondo del mio cuore, che ogni credo religioso essendo coltivato nella propria anima deve produrre frutti proprio nei momenti più estremi dove ogni decisione deve poter esser fatta in armonia con i principi morali e religiosi più intimi. Nella religione cristiana il Signore lascia liberi di pensare e di agire; la libertà spirituale è una caratteristica umana e nessuno può essere assoggettato ad un obbligo (ovviamente né il malato e né tanto meno il medico e il personale sanitario in generale). L’individuo deve sentirsi un essere umano che effettua una scelta consapevole dalla quale, conseguentemente, deriveranno effetti in questa vita e in quella ultraterrena, nel caso in cui creda nell’aldilà.
Al malato spetterà dunque la decisione se accettare o rifiutare una determinata cura, cogliendo in tal modo il vero significato del consenso informato che ormai siamo chiamati a sottoscrivere per quasi tutti gli atti medici. Il medico dovrà accogliere la volontà del paziente il quale pienamente edotto e consapevole potrà decidere di rifiutare tecniche mediche che potrebbero solo ritardare il momento del trapasso e, se estremizzate, potrebbero portare all’accanimento terapeutico. Ed è spesso la pratica di queste terapie che, prolungate nel tempo senza risultati migliorativi, portano alla disperazione sia il paziente sia i familiari e gli amici i quali pur di interrompere le grandi sofferenze chiedono il suicidio assistito o l’eutanasia. In buona sostanza deve essere presente l’obbligo morale di farsi curare e di curare ma tale obbligo deve commisurarsi alle verosimili prospettive di miglioramento del paziente. In tale ambito rinunciare sin dall’inizio a terapie straordinarie o sproporzionate non equivale al suicidio o all’eutanasia, bensì all’accettazione coraggiosa della essenza umana della morte.
In ultima analisi occorre riflettere sul fatto che non siamo in grado di governare nessuna variabile della nostra esistenza, spesso ci sembra di decidere autonomamente ma in realtà nel corso della vita si aggiungono tante situazioni che non dipendono da noi e che ci conducono a scelte ed atti non prevedibili, non voluti ed inaspettati. Qui risiede la grande capacità dell’uomo di modificare costantemente le proprie azioni e di adeguarsi a situazioni nuove, come quella in cui si diventa anziani e/o dichiaratamente malati. Dico dichiaratamente perché poi di fatto nessuno di noi è sano; basti pensare al patrimonio genetico di cui siamo portatori e che contiene fragilità che potrebbero esprimersi in patologie conclamate da un momento all’altro. Si potrebbe arrivare a dire che la differenza tra una persona malata e una persona sana è che la prima è informata, almeno parzialmente, sulle sue condizioni di salute con riferimento ad una patologia in atto, la seconda invece non è totalmente consapevole del suo reale stato di salute. È indubbio tuttavia che ci sono persone che conducono una vita di afflizione dovuta alle patologie che presentano ma è altrettanto indubbio quanto sia importante l’affetto che li circonda; quando non ci si sente soli i problemi sono più leggeri….il giogo non è pesante; la condivisione e l’amorevole vicinanza degli altri aiutano a superare situazioni di grande difficoltà.
E quindi mi sento di dire che forse, come prima strategia di sollievo dal dolore e dall’afflizione, potremmo indicare le cure palliative che aiutano ad affrontare la vita con dignità e coraggio, consapevoli che ogni attimo in più passato con i propri genitori, i figli, i nipoti, il coniuge, gli amici è un atto di amore e di grande insegnamento sapienziale che aiuterà prima di tutto chi rimarrà in vita, lasciando un’eredità inestimabile: il coraggio di aver guardato alla morte con la forza e l’amore di un essere illuminato, capace cioè di vedere la luce in ogni situazione, anche nelle ultime parole ed azioni che resteranno indelebili nel cuore di chi rimane. Quando si entra nell’ordine di idee delle cure palliative allora si accetta la propria condizione di malati e non si sceglie l’accanimento terapeutico che è poi il vero responsabile delle scelte di suicidio assistito e di eutanasia.
Lasciamo invece che la giurisprudenza faccia il suo corso circa la normazione in materia di testamento biologico e rifiuto delle terapie mediche.
Mi piace concludere ricordando Stephen Hawking, il celebre astrofisico inglese che affetto da una inarrestabile malattia neurovegetativa ha vissuto su una sedia a rotelle e comunicava con un sintetizzatore vocale; egli in diverse interviste non ha mai escluso il suicidio assistito, ma ha precisato anche di non aver assolutamente intenzione di farlo in quanto gli rimaneva ancora tantissimo lavoro di ricerca da fare!

 

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15 Febbraio 2024

IL PARTENARIATO UE - EGITTO: PROSPETTIVE di Alessandra Di Giovambattista

IL PARTENARIATO UE - EGITTO: PROSPETTIVE

di Alessandra Di Giovambattista

 24-02-2024

L’Egitto, un paese di grande tradizione e cultura; affascinante e generoso dispensatore di indimenticabili esperienze culturali che da anni i visitatori riportano a casa, nei loro cuori e nei loro occhi; caldi paesaggi naturalistici ed avvolgenti siti archeologici ricchi di mistero e di fascino, come in nessun altro Paese al mondo. Nella prima metà del 2023 sono stati circa 7 milioni i turisti che hanno visitato l’Egitto e, con in mente l’obiettivo di attirarne il doppio nell’anno 2024, il Governo ha investito molte risorse per la riapertura del Museo greco-romano ad Alessandria, il restauro della Grande Sala Ipostila del Tempio di Karnak e della Valle dei Re e l’inaugurazione del nuovo Grande Museo Egizio nei pressi del Cairo. Inoltre l’Egitto si è posto come obiettivo anche un turismo sostenibile attraverso le proposte di soggiorni in alloggi ecologici, come lungo la costa del Mar Rosso e a Sharm-El-Sheikh, e la riscoperta di siti dimenticati, come ad esempio l’isola di Bigeh.

Nel 2023 l’Egitto ha visto aumentare anche le vendite di gas naturale a causa della maggiore domanda da parte dei Paesi europei, dopo lo scoppio del conflitto Russo-Ucraino. Tuttavia tale settore, pur rappresentando un elemento portante per l’economia egiziana, sconta il fatto di essere carente di infrastrutture; tale circostanza sembra aver impedito la soddisfazione efficiente della domanda interna ed estera di gas.

Altro settore trainante per l’economia è il canale di Suez; esso rappresenta una fonte di entrate molto importante e negli ultimi 10 anni gli investimenti per il suo ampliamento sono stati notevoli e rapidi, ma anche molto costosi a causa delle ingenti commesse che il Governo ha dovuto pagare ad imprese estere esperte in costruzioni di grandi infrastrutture. Tuttavia nel periodo 2021-2022 le entrate fiscali egiziane sono aumentate di oltre il 20% grazie ad un progressivo aumento dei costi di transito del Canale che hanno fatto registrare incassi per circa 7 miliardi di dollari; nel primo trimestre del 2023 si è registrato un ulteriore incremento del 40% rispetto al 2022. Nel 2023 ci si attendeva, per gli anni a venire, un ulteriore aumento dei volumi di traffico per i nuovi lavori di allargamento e di messa in sicurezza della navigazione nel Canale, ma gli obiettivi, in seguito al recente conflitto tra gli Houthi e gli Stati Uniti d’America, non sembrano più così facilmente raggiungibili.

All’inizio di quest’anno, infatti, oltre alla grave crisi economica e politica che da diversi anni affligge il Paese, si è aggiunto anche il blocco del canale di Suez a causa del conflitto scoppiato tra i ribelli Houthi e gli Stati Uniti d’America e la Gran Bretagna. La guerra ha rappresentato la risposta all’attacco israeliano nella striscia di Gaza, in sostegno alle forze militari di Hamas; per gli Houthi le navi Israeliane e quelle dei suoi alleati sono un obiettivo di attacco legittimo. Così molte navi mercantili occidentali per evitare il passaggio nel Canale di Suez, prolungano il viaggio circumnavigando il continente africano; tale situazione però rischia di causare notevoli problemi in termini di aumento dei costi e di ritardo negli approvvigionamento di merci che viaggiano via mare, soprattutto per l’Europa.

Questa è, in breve e parzialmente, una panoramica della situazione attuale che ovviamente si riflette sulle già difficili e precarie condizioni socio economiche egiziane; attualmente di fatto tutti e tre i settori trainanti dell’economia: turismo, fonti energetiche e passaggi attraverso il canale di Suez, sono in ginocchio a causa delle condizioni geopolitiche esterne all’Egitto, ma anche a causa delle complicate condizioni interne.

L’Egitto oggi rappresenta, con l’Argentina, uno dei principali debitori a livello mondiale del fondo monetario internazionale (FMI). La situazione politico sociale in cui vive il Paese non lo aiuta a risollevarsi da una situazione di prostrazione e di scontento in cui la popolazione versa per le sue precarie condizioni economiche. In sintesi si può affermare che l’ostacolo maggiore, almeno a detta di molti osservatori, è rappresentato dal ruolo pervasivo che hanno le forze militari nella vita privata dei cittadini ed in tutti i settori economici; si tratta di un vero e proprio impero composto da migliaia di imprese di diverse dimensioni che godono di una rendita di posizione dovuta alla possibilità di accedere ad agevolazioni fiscali che invece vengono negate alle società private.

In tale clima, nel corso del 2024, l’UE, a seguito di un processo avviato nel 2022, predisporrà aiuti finanziari e l’invio di attrezzature nuove per un progetto che coadiuvi il Governo nella gestione del processo migratorio, progetto voluto dalle Nazioni Unite.

I finanziamenti - come si legge nella raccomandazione n. 1/2022 del Consiglio di associazione UE-Egitto del 19 giugno 2022 – nascono come conseguenza di un progetto di partenariato tra UE ed Egitto, che si incardina nel contesto di un piano molto più ampio per garantire la stabilità, la cooperazione e lo sviluppo sostenibile nel lungo termine su tutte le sponde del Mediterraneo, alla luce della politica europea di vicinato individuata nella nuova agenda dell’UE per il Mediterraneo, che si ispira all’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, e nell’ambito degli obiettivi condivisi nell’Unione per il Mediterraneo (UpM di cui fanno parte 43 paesi di cui 27 europei e 16 del nord Africa, del Medio oriente e dell’Europa sud orientale). Le priorità devono contribuire a soddisfare le aspirazioni di tutti i cittadini garantendo lo sviluppo sostenibile, la giustizia sociale, il lavoro dignitoso, la prosperità economica e le condizioni di vita migliori, con particolare riferimento ai diritti umani ed alle libertà fondamentali, compresi i diritti sociali, del lavoro e dell’emancipazione femminile per conseguire la parità di genere e la tutela dei minori; il tutto anche per aiutare ad arginare e a gestire al meglio il costante flusso migratorio dall’Africa verso l’Europa.

In tale contesto gli obiettivi su cui preme l’UE, e che l’Egitto dovrebbe realizzare, sono rappresentati dal potenziamento della resilienza economico-sociale attraverso il rafforzamento della creazione di posti di lavoro dignitosi e produttivi, includendo in particolare i giovani e le donne. Per cogliere tali obiettivi si renderanno necessarie, tra le altre, delle riforme tributarie che riguardino le sovvenzioni e l’imposizione fiscale, per rafforzare il ruolo del settore privato, oggi fortemente penalizzato, ed il miglioramento della cultura imprenditoriale, finalizzato anche all’attrazione dei capitali esteri. Grazie ad una politica imprenditoriale più aperta e sostenibile, dovrebbe risultare possibile lo sviluppo delle piccole e medie imprese - che permetteranno anche l’inclusione degli attori economici locali – nonché l’ampliamento e la creazione di sistemi di trasporto efficienti, affidabili e rispettosi dell’ambiente, verso la transizione elettrica della mobilità, che garantiscano il diritto alla libertà di movimento sia all’interno che all’esterno del Paese. In tal modo l’UE sosterrà le iniziative egiziane finalizzate alla riforma della pubblica amministrazione ed al buon governo, misurate, a fini di verifica, attraverso statistiche dedicate che tengano conto della rivoluzione digitale e dei nuovi modelli imprenditoriali e societari che saranno sviluppati.

In tale ambito si rappresenta - con un’attenzione alla protezione economica e sociale delle persone più fragili presenti nel Paese, in particolare giovani, donne e bambini - che alla fine del 2019 l’Egitto ha varato il piano socio-economico “Haya Karima” volto a migliorare le condizioni di vita dei cittadini egiziani nel rispetto del diritto ad una vita dignitosa e per contrastare le diverse forme di povertà. Il programma si muove a 360 gradi in un quadro di integrazione e consolidamento degli sforzi tra istituzioni statali nazionali, settori privati ed i partner che supportano lo sviluppo egiziano, nell’ambito delle politiche sanitarie, sociali, agricole, lavorative, dell’istruzione e di miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini. Altro piano varato del governo egiziano è il “Takaful” uno strumento assicurativo per aiutare famiglie ed individui a fronteggiare situazioni di difficoltà dovute ad incidenti, malattie, perdita del proprio reddito. Questa formula assicurativa, a ben vedere, si incardina nel contesto della c.d. finanza islamica basata su principi etici derivanti dal Corano, che si pongono in contrasto con i principi che regolano le formule assicurative occidentali; in particolare è previsto che si devolva una parte dei propri guadagni a sostegno della carità, che non si possano incassare interessi sui prestiti (con la finalità di contrastare l’usura), che gli investimenti debbano essere leciti e non rischiosi vietando la speculazione. Pertanto il Takaful fornisce la risposta alla copertura dai rischi di perdite economico-finanziarie mediandola con i principi coranici: si costituisce un fondo comune strettamente mutualistico dove gli aderenti sono solidali nei confronti di coloro che avranno bisogno di risorse finanziarie in futuro.

Le richieste della UE mirano a macro obiettivi con il focus sulla promozione delle riforme in ambito di giustizia sociale e di politica agro-alimentare ed idrica, coniugate alla rapida crescita demografica. Attenzione particolare sarà posta sul rafforzamento del ruolo della donna e della sua emancipazione sociale ed economica, nonché sul miglioramento del livello quali-quantitativo dell’istruzione, e del sistema sanitario.

Ma non finisce qui; il rapporto di partenariato tra Egitto e la EU prevede anche lo sviluppo della digitalizzazione nel rispetto della privacy e nella ricerca e nella promozione dell’intelligenza artificiale e delle forme di sicurezza informatica; il tutto finalizzato ad incrementare la cooperazione nel campo dell’evoluzione informatica e dell’istruzione superiore ed universitaria.

Quindi l’Egitto, in prima battuta, risponderà a queste richieste potenziando il settore turistico-culturale attraverso politiche di conservazione e protezione del patrimonio materiale e immateriale al fine di incrementare l’occupazione, le riserve in valuta estera ed in ultima analisi il benessere della società egiziana.

Altro aspetto peculiare nella politica di rafforzamento del partenariato è rappresentato dallo sviluppo degli investimenti e degli scambi di beni e servizi tra mercati, cercando di incrementare quello egiziano nella catena del valore locale e globale. In tal modo la UE e l’Egitto potranno collaborare per presentare strategie comuni e condivise finalizzate al rafforzamento delle relazioni commerciali nel rispetto degli accordi e per consentire il massimo sviluppo del potenziale socio-economico egiziano. Naturalmente in tale ambito verrà potenziato il passaggio attraverso il Canale di Suez che oggi, più che mai, evidenzia la sua importanza per il mercato europeo.

Nell’ambito dell’ecologia saranno diversificate le fonti energetiche per un’economia a basse emissioni di carbonio con particolare attenzione alle fonti energetiche rinnovabili applicabili anche alle diverse forme di mobilità: stradale, marittima, aerea. L’UE sosterrà le strategie egiziane volte ad aggiornare la politica energetica e per ridurre le emissioni di gas a effetto serra. In questo settore la UE intende sostenere l’Egitto affinché consolidi la sua posizione che, nella regione del nord Africa, rappresenta quella del più probabile candidato a diventare un polo di energia sostenibile e rinnovabile. Quindi i due soggetti del partenariato collaboreranno per effettuare ricerche congiunte in ambito energetico, utilizzando le migliori e più efficaci forme di esperienze e pratiche settoriali, considerando anche la salvaguardia degli ecosistemi marini del Mediterraneo, con la creazione di parchi e riserve naturali e sviluppando forme di ecoturismo.

A ben vedere questi obiettivi sembrano molto ambiziosi e sarebbe bene comprendere quanti di essi saranno davvero raggiungibili avendo a mente l’obiettivo del 2030. Il percorso si presenta arduo e assoggettato a forme secolari di tradizioni familiari e socio-culturali; molto probabilmente un decennio scarso non sarà sufficiente a modificare usi e costumi, a meno di prevedere una interruzione forte e determinata dell’attuale situazione che blocchi un processo di evoluzione endogeno forse appena iniziato e non ancora pienamente sentito o voluto.

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24 Febbraio 2024

IL PIANO MATTEI: UN PO’ DI STORIA di Alessandra Di Giovambattista

IL PIANO MATTEI: UN PO’ DI STORIA
di Alessandra Di Giovambattista

06-03-2024

 

La recente approvazione del DL n. 161 del 15 novembre 2023 in tema di partenariato tra Italia ed alcuni paesi dell’Africa, ha riportato alla memoria la figura di Enrico Mattei, con riferimento ai principi ispiratori delle sue politiche industriale ed economico-sociale estera nell’ambito del mercato degli idrocarburi.
La figura storica di Enrico Mattei è stata dibattuta; chi lo ha considerato un geniale economista, che ha svolto la sua attività anche in un’ottica di giustizia sociale, chi invece lo ha ritenuto un incapace, imbroglione e truffatore da strapazzo (come lo definì Indro Montanelli sul Corriere della Sera), il simbolo negativo della politica italiana e del capitalismo di Stato. Anche di recente, alcuni politici italiani hanno espresso pareri negativi sul suo operato, guidati più da un atteggiamento a favore delle privatizzazioni e a tutela dei propri interessi che da una reale analisi delle capacità manageriali e dei risultati positivi raggiunti da Mattei e dalle sue strategie politico-economiche.
Ed invece è opportuno recuperare l’immagine di Mattei quale imprenditore italiano che ha saputo contrastare le pressioni interne ed estere in nome di un patriottismo che guardava all’Italia come una Nazione che doveva e poteva risorgere dalle ceneri della seconda guerra mondiale. Di fatto il primo presidente dell’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI), da lui fondato nel 1953, è sempre stato un personaggio scomodo; pieno di intuizioni, di iniziative volte a valorizzare lo sfruttamento, il trasporto, l’impiego estensivo del metano che le grandi compagnie petrolifere preferivano bruciare in aria o abbandonare sui terreni perché troppo costoso da gestire con ingenti danni anche dal punto di vista ambientale. Il ruolo di ENI e della Società Nazionale Metanodotti (Snam) sul mercato del metano ha consentito all’Italia, nel 1960, di ridurre notevolmente le importazioni di gas naturale liquefatto dalla Russia rafforzando la capacità di rigassificazione. Ciò ha sottolineato la valenza strategica delle società sotto il controllo pubblico a fronte di chi ne voleva la privatizzazione nell’ottica di una non ben mai chiarita e verificata concorrenza di mercato, di cui oggi noi tutti paghiamo le conseguenze con bollette che sembra non si arrestino nella corsa al rincaro. La sua azione fu meritoria anche nella strategia politica e industriale verso i paesi produttori di idrocarburi in cui operava ENI e le sue controllate; la strategia era quella di garantire un pieno diritto allo sfruttamento delle risorse prelevate nei propri territori destinando parte dei proventi alla crescita interna dei paesi africani. L’approccio di Mattei era quello dell’avvio di un processo di affrancamento dalle potenze coloniali e dalle grandi compagnie petrolifere essenzialmente franco-anglo-americane che ne rappresentavano la longa manus.
Enrico Mattei, dopo un’iniziale militanza nel partito fascista, divenne, durante la seconda guerra mondiale, un comandante partigiano e fu insignito anche della medaglia d’oro; può essere considerato un protagonista fondamentale del boom economico nonché artefice della politica estera italiana, nel periodo post bellico, grazie al rilievo che l’ENI guadagnò in ambito internazionale.
Ma andiamo con ordine: dopo la fine della seconda guerra mondiale Enrico Mattei fu nominato commissario dell’Agenzia Generale Italiana Petroli (AGIP), una struttura fascista (costituita nel maggio del 1926) e non più operativa, con il compito specifico di liquidare l’AGIP, vendendo gli immobili e tutte le attività al primo offerente per alleggerire lo Stato da un peso considerato inutile. Mattei dopo aver accettato l’incarico di liquidatore si convinse che era necessario per l’Italia recuperare un piano energetico per la ricostruzione e lo sviluppo del Paese; così, aiutato dai dipendenti ripristinò i vecchi impianti, riportò al lavoro molti operai, in totale disaccordo con le direttive impartite dal Governo. Dopo pochi anni furono scoperti dei giacimenti di metano nella provincia di Lodi e di lì a poco Mattei iniziò un’azione di modernizzazione dello Stato con cui attraverso una rete capillare di metanodotti si rifornivano le case e le industrie con un combustibile a basso prezzo. L’Agip iniziò anche a produrre liquigas per le cucine domestiche e si dotò di camioncini per raggiungere anche i piccoli comuni di montagna; creò le stazioni di servizio, i motel Agip, i bar. Nel 1953 Enrico Mattei costituì l’ENI e fu eletto primo presidente; in breve l’Ente si sarebbe trasformato in un colosso internazionale grazie alla sua politica industriale innovativa. Egli guardò con interesse l’Africa, in particolare l’Algeria tra la metà degli anni 50 e l’inizio degli anni 60, dove sostenne anche la causa dell’indipendenza algerina dal governo di Parigi. Ma c’è di più; Enrico Mattei volle trasformare l’ENI in una realtà con valenza mondiale nel settore degli idrocarburi per contrastare la politica oligopolistica delle c.d. “sette sorelle”, cioè le multinazionali petrolifere essenzialmente anglo-americane: Exxson, Mobil, Shell, Chevron, Gulf, Texaco, BP. Questo cartello trattava con i Governi dei paesi produttori di materie prime con un atteggiamento ancorato al colonialismo; Mattei invece trovò un modo innovativo di coinvolgere i Paesi nell’attività estrattiva creando società miste tra ENI e governi locali; in tal modo contribuiva a migliorare le condizioni di vita dei popoli africani e ne incrementava l’occupazione. La formula Mattei poteva quindi essere riassunta come “Africa per l’Africa” dove predominava la collaborazione rispetto al bieco sfruttamento. L’obiettivo di Mattei era estrarre ed utilizzare le materie prime dei paesi produttori e nel contempo svilupparne la commercializzazione affinché il continente africano crescesse e prosperasse grazie all’uso delle proprie risorse; in particolare l’accesso all’energia avrebbe contribuito a portare sviluppo e stabilità. Nacque così anche la formula di distribuzione degli utili dove ai paesi produttori si riconosceva il 75% degli utili, mentre il 25% andava ad ENI e ciò restituiva il giusto compenso ai paesi africani e medio orientali in un’ottica di una graduale e ordinata crescita di territori con culture e tradizioni proprie. Mattei con questa nuova formula aveva ottenuto concessioni in Somalia, Egitto, Marocco, Libia, Sudan, Tunisia ed Iran. Inoltre, nel 1960 sottoscrisse un accordo con la Russia per un’ingente fornitura di greggio a prezzi molto bassi e ciò segnò l’inizio di una collaborazione commerciale proficua tra ENI e Russia che prevedeva anche l’esportazione di tubi della Findesit, macchine Fiat, cavi Pirelli, tubi e fertilizzanti azotati. In pochi anni l’Agip e l’ENI divennero dei colossi economici e rivestirono un ruolo fondamentale nella ricostruzione, nella crescita e nello sviluppo economico dell’Italia.
Tutto ciò si poteva ricondurre al pensiero illuminato di Enrico Mattei, che seppur ambizioso, vantava mire non personali ma volte allo sviluppo ed al benessere collettivo per sostenere l’Italia nella ricostruzione post bellica. Mattei insieme ad altri esponenti interni al partito della Democrazia Cristiana (DC) propendevano per una sorta di pacifismo cristiano che doveva contrastare i retaggi colonialisti e la forte presenza statunitense che intendeva permeare tutto il modo con le sue logiche spiccatamente capitaliste e il suo predominio nell’Alleanza Atlantica (NATO). Nel corso della cerimonia per il conferimento della laurea honoris causa in economia e commercio ad Urbino (nel 1959), Enrico Mattei sottolineò il ruolo strategico dell’impresa pubblica, nell’ottica dell’interventismo statale di stampo Keynesiano visto come motore dell’economia in periodi di recessione, con ciò contestando il puro liberismo di importazione angloamericana; in quell’occasione fu emblematica la sua frase in cui sottolineò che non avrebbe voluto vivere da ricco in un paese povero!
Mattei si mosse nell’ambito del modello di sviluppo economico misto, basato sull’intervento pubblico nell’economia, così come in precedenza era successo per la creazione dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI nel 1933) - che si fece carico del sostegno e della rinascita del sistema industriale italiano - dell’Istituto Mobiliare Italiano (IMI nel 1936) – che operò nel credito mobiliare, applicando la separazione tra credito bancario a breve e a lungo termine, a ridosso della crisi delle banche italiane che avevano finanziato le imprese industriali oltre i limiti consentiti dalla natura dei fondi da esse raccolti - e degli altri enti a partecipazione statale che divennero imprenditori seguendo le regole di mercato. Mattei con la sua impronta fece dell’ENI più di un’industria: un luogo dove al fianco delle attività produttive in campo petrolifero si svolgeva anche una vera e propria politica estera. Naturalmente come per qualunque situazione si possono intravedere anche zone d’ombra: per Mattei tutto contribuiva al raggiungimento dei sui scopi, anche la costituzione di fondi neri per il pagamento dei politici, gli affari con il mondo arabo e con l’Unione Sovietica in piena guerra fredda. ENI fu un’azienda pubblica anomala ed in alcuni casi spregiudicata, ma forse questo approccio era necessario in quel momento in cui venivano a delinearsi i potenti attori del mondo, che ancora oggi dominano, in alcuni casi anche in modo arrogante.
Il modello conosciuto come la “terza via” si basava su un’armoniosa sintesi tra privato e pubblico, dove le direttive di politica economica, essendo in mano al Governo - composto allora da politici che sentivano la responsabilità sociale in un modo abbastanza diverso da quelli di oggi - contrastavano i desideri e gli interessi del mercato e delle parti private che detenevano il potere finanziario. In una parola si cercava di mantenere i pilastri dello Stato sociale a tutela dei più deboli; tuttavia nel tempo è prevalsa la spinta alle privatizzazioni che si sono concretizzate in tagli alla sanità, alla pubblica istruzione, ed agli altri servizi sociali che di fatto non hanno contribuito a diminuire il livello delle spese pubbliche ma al contrario hanno foraggiato clientele e interessi personali e creato malcontento nella società. Secondo la visione di Mattei l’ENI doveva essere il braccio operativo dell’Italia per garantire la sicurezza energetica ed il bene comune della Nazione e questo si dimostrò fondamentale durante il boom economico. Mattei vedeva, nelle materie prime e in particolare nell’energia, il vero motore dell’economia e delle relazioni internazionali; il tutto ben distante da ogni pseudo ideale di pace, libertà e democrazia portato avanti dai paesi come Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti D’America ed oggi possiamo aggiungere anche Cina ed India. A questo si unì la chiara volontà di emergere come Paese industrializzato al pari degli altri paesi occidentali, non soggiogato dalla sconfitta della seconda guerra mondiale. Mattei sostenne che la posizione italiana, dopo il trattato di pace, fosse analoga a quella dei paesi del terzo mondo dove i paesi occidentali ne possono depredare le risorse senza favorirne lo sviluppo socio-economico. Quindi Mattei scelse la via del partenariato escludendo atteggiamenti colonialisti tipici delle grandi potenze che sfruttano territori e persone senza offrire possibilità di sviluppo, acuendo anzi i problemi di convivenza tra culture, religioni e tradizioni sostanzialmente molto diverse; ne vediamo oggi le tristi conseguenze. Fondamentalmente il pensiero storico economico di Mattei si può così riassumere: alla necessità di materie prime per uno Stato deve farsi fronte con una politica di partenariato, di accordi da sottoscrivere con i paesi detentori di tali risorse, offrendo loro, così, la possibilità di un equilibrato sviluppo.

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06 Marzo 2024

IL MICROCREDITO E LA TEORIA DI MUHAMMAD YUNUS IL BANCHIERE DEI POVERI. di Alessandra Di Giovambattista

IL MICROCREDITO E LA TEORIA DI MUHAMMAD YUNUS IL BANCHIERE DEI POVERI.

di Alessandra Di Giovambattista

 21-04-2024

All’inizio del mese di novembre del 2022 (nello specifico il 7 e l’8 novembre) il Premio Nobel per la pace  2006, il professor Muhammad Yunus – meglio conosciuto come il banchiere dei poveri - ha parlato di fronte ad una platea composta da imprenditori impegnati in ambito sociale, politici, manager, esponenti delle organizzazioni non governative (ONG) ed accademici, riunita presso l’Università di Torino in occasione del Global Social Business Summit. Questo momento di confronto, che rappresenta il vertice mondiale della comunità degli operatori in ambito sociale, è nato per dialogare, condividere le idee e cooperare nella ricerca di soluzioni che possano contribuire a risolvere le sfide socio-ambientali del nostro tempo; l’evento è organizzato, dal 2009, dal Grameen Creative Lab e dallo Yunus Centre e il promotore di tutto questo è proprio il premio Nobel per la pace il Prof. Muhammad Yunus. L’approccio centrale è stato riflettere sull’impatto che le aziende del terzo settore, in particolare le imprese sociali, possono avere nel cercare di raggiungere la pace tra i popoli. I temi caldi hanno riguardato il settore tecnologico come elemento strategico per combattere la povertà, creare opportunità di lavoro, promuovere l’inclusione economica e proteggere il clima; tutti temi che dovrebbero contribuire a far trovare equilibri tra Popolazioni e Stati al fine di promuovere la cultura delle pace e della crescita equa ed inclusiva. Sono argomenti fondamentali per cercare di far sviluppare le economie in modo responsabile, verso l’ambiente e le persone, riconoscendo un ruolo predominante alle imprese sociali le quali si pongono obiettivi umani di sviluppo e di miglioramento delle condizioni socio-economiche, ben distanti dal semplice e bieco interesse economico-finanziario e dalla logica del tornaconto.

Muhammad Yunus è conosciuto come l’ideologo del “microcredito” nonché di un modello di impresa che non si basa esclusivamente e prevalentemente sul profitto, bensì sull’interesse ed il benessere collettivo, il tutto affiancato da un approccio di finanza etica ed economia sostenibile. La teoria del “microcredito” si basa sul riconoscimento e la concessione di piccoli prestiti onerosi destinati alle persone più povere che altrimenti non avrebbero la possibilità di accedere a forme tradizionali di credito, perché queste ultime si fondano sulla presentazione ed accettazione, da parte delle banche, di adeguate garanzie personali o reali.

È così che nel 1983 Yunus fondò la Grameen Bank (nella lingua del Bangladesh significa “banca del villaggio”, intesa come banca rurale), ed iniziò a fare concorrenza alle banche presenti sul territorio del Bangladesh concedendo prestiti a persone sprovviste di garanzie. Nessuno poteva aspettarsi un successo; ed invece i prestiti furono rimborsati con un tasso molto più alto delle medie registrate negli istituti di credito tradizionali ed oggi la banca conta circa 2.500 filiali in tutto il mondo. Attorno ad essa ruotano fondazioni, associazioni no profit ed ONG che finanziano e supportano progetti di microcredito e sviluppo nella ricerca – come ha dichiarato il fondatore Yunus - di un’economia a tre zeri: zero disoccupazione, zero povertà, zero emissioni di CO2.

Ma partiamo dall’inizio: Muhammad Yunus nasce il 28 giugno del 1940 a Chittagong, il più importante centro economico del Bangladesh. La nazione si forma nel 1971 rivendicando la sua autonomia nei confronti del Pakistan, che a sua volta era stato creato dalla divisione, per motivi religiosi, dalla Repubblica dell’India (infatti la repubblica del Pakistan è a maggioranza musulmana, mentre la Repubblica indiana è a maggioranza induista). Egli si reca negli stati Uniti per i suoli studi economici presso la Vanderbilt University e nel 1972 torna nella sua città natale accettando la posizione di professore associato alla Chittagong University, ricoprendo contestualmente anche l’incarico di direttore del dipartimento di economia.

Il suo Paese è uno dei più poveri e sovrappopolati dell’Asia e nel 1974 viene colpito da una pesante carestia; lungo le strade della sua città è un susseguirsi di poveri, mendicanti, senza tetto. Ovunque si giri lo sguardo si vede solo tanta miseria; decide allora di recarsi direttamente nei villaggi limitrofi alla sua città per parlare direttamente con le persone e cercare di capire le ragioni effettive della loro grande povertà. Si fa aiutare anche dai suoi studenti e presso il villaggio di Jobra censisce 42 famiglie che hanno richiesto prestiti per poter iniziare una piccola attività produttiva. Scopre così che l’esposizione debitoria di quel campione di persone ammonta a 856 taka che in valuta bengali corrisponde a circa 27 dollari!

Ma quindi quale è il problema? Di fatto le persone non riescono ad ottenere credito dalle banche tradizionali in quanto non dispongono di adeguate garanzie e quindi per aprire una piccola attività artigianale, agricola o commerciale, che offra loro un minimo di sostentamento, sono costretti a rivolgersi a soggetti benestanti che si comportano da sfruttatori, prestando denaro ad usura. Ma leggiamo un passo della sua esperienza con Sufia Begum, abitante del villaggio di Jobra, direttamente dal suo libro scritto nel 2008 (“Un mondo senza povertà”, M. Yunus, edito da Feltrinelli): “Lei fabbricava con notevole abilità funzionali ed eleganti sgabelli di bambù nella fangosa aia della sua abitazione. Eppure, anche in questo caso per qualche ragione tutta la sua dura fatica non riusciva a tirar fuori la famiglia dalla povertà. Parlandole, finalmente riuscii a capire perché. Come quasi tutti nel villaggio, Sufia si faceva anticipare dagli strozzini locali il denaro che le serviva per comprare il bambù per gli sgabelli, e lo strozzino le dava il denaro solo se lei acconsentiva a consegnargli tutta la produzione al prezzo che lui stabiliva. Grazie a questo infame accordo e agli alti interessi che doveva pagare sul prestito, tutto quello che le restava erano solo due penny per una giornata di lavoro.”

All’esito della sua indagine conclude che lui stesso, chiedendo un prestito di poco meno di ventisette dollari, potrebbe salvare dall’usura ben 42 famiglie; da qui quindi la sua intuizione: offrire lui stesso delle garanzie per procurarsi del denaro per iniziare un processo virtuoso di credito. Infatti la radicata convinzione degli istituti bancari risiede nel pensare che le persone povere non restituiscano i prestiti ottenuti in quanto non presentano adeguate garanzie. Quindi Yunus si rivolge direttamente alla banca locale alla quale chiede un prestito di 10.000 taka, circa 300 dollari - che suddivide in tanti micro prestiti a favore dei poveri del villaggio di Jobra - e per il quale la banca chiede le garanzie personali del professore stesso. L’esperimento funziona e dimostra che la maggioranza delle persone che hanno ottenuto il micro-prestito lo ha restituito alla scadenze preordinate pagando anche gli interessi!

Così nel 1977, dopo un incontro con il direttore di banca della Bangladesh Kristi Bank, Yunus riesce ad aprire a Jobra una succursale della stessa banca con l’intento di continuare ad erogare micro-credito alle persone meno abbienti. Tuttavia le resistenze dovute ai secolari preconcetti bancari ed alla convinzione che l’esperimento sia andato bene esclusivamente per il carisma del professore, inducono Yunus a fondare lui stesso una banca con il focus esclusivo sui clienti poveri a cui prestare, senza garanzie reali e senza espletare pratiche legali, piccole somme di denaro capaci tuttavia di aiutare lo sviluppo di un’iniziale idea produttiva.

Nasce così nel 1983 la Grameen Bank, che eroga microcredito nella formulazione pensata dal Prof. Yunus e che offre una visione diversa di povertà e una terapia finanziaria atta a contrastarla, e che si basa su queste caratteristiche: la centralità della donna, il prestito di gruppo (ricordiamo che Grameen in lingua locale significa villaggio), la mancanza di garanzia di qualunque tipo, l’inesistenza di strumenti giuridico-legali, la fiducia nei confronti dei debitori e il concetto di reciprocità di aiuto e di circolarità del credito. Nella sua mission si riconosce anche un approccio completamente diverso da quello delle banche tradizionali; queste cercano di attirare i clienti ricchi ed affidabili, la Grameen Bank, al contrario, pone il suo obiettivo sulla concessione di finanziamenti alle persone povere che non hanno da offrire garanzie reali o personali.

Così impostata la banca, nel tempo, espande i prodotti finanziari da offrire ai suoi clienti e propone fondi assicurativi, leasing per l’acquisto di beni ammortizzabili e prodotti di risparmio. Ma un altro elemento abbastanza imprevedibile è legato al fatto che la maggior parte dei clienti beneficiari del micro credito sono donne (per il 90% circa); questo dato è abbastanza inaspettato se si pensa che il Bangladesh è un paese di religione musulmana, dove le donne vengono poste in una posizione di subordinazione rispetto agli uomini. In una società patriarcale le donne non possono chiedere prestiti, neanche quelle che si trovano in una posizione economica agiata in quanto soggette, in ogni caso, all’autorizzazione da parte di mariti, padri e fratelli.

In tale contesto socio culturale è evidente che la banca di Yunus abbia dovuto contrastare anche molte critiche ed ostacoli da parte: della componente maschile della società che iniziava a sentirsi travolta da una sorta di emancipazione femminile con la conseguente perdita di controllo e di assoggettamento economico sulle donne; degli usurai che sono stati spiazzati nei loro affari, dai guadagni facili ed illegali, in quanto la maggior parte dei clienti veniva loro sottratta; infine dai capi religiosi che iniziavano a veder minati i principi sui quali si basa la propria religione.

Ma dopo diversi anni forse l’attacco peggiore che sta subendo il Prof. Yunus è quello che lo ha coinvolto ad inizio del 2024 in uno scandalo legato alla violazione di alcune leggi sul lavoro da parte di una sua azienda, la Grameen Telecom (la più grande compagnia di comunicazioni del Bangladesh) e per il quale, insieme a tre dei suoi collaboratori è stato condannato a sei mesi di carcere. È stato iniziato anche un altro processo a suo carico per evasione fiscale e corruzione; in totale più di cento accuse da cui doversi difendere. Ma dietro questo attacco c’è chi ipotizza, e forse senza sbagliare, motivi politici; infatti il prof. Yunus è inviso all’attuale governo del Bangladesh che, attraverso la presidente Sheikh Hasina, lo ha accusato di approfittare dei poveri; ma i due in realtà sono rivali e l’attuale presidente ha intensificato la repressione del dissenso politico durante il periodo antecedente le elezioni. La sentenza e le accuse contro il professore sono state considerate un attacco politico ai principi della libertà e dei diritti umani: il prof. Yunus si può a ben ragione considerare colui che ha contribuito in modo importante al tentativo di crescita del proprio Paese, offrendo un futuro dignitoso a coloro che altrimenti non avrebbero avuto mezzi per il sostentamento quotidiano. Anche Amnesty international è scesa in campo in difesa del premio Nobel e più di 160 grandi personalità internazionali, tra cui Barak Obama, e circa 100 premi Nobel hanno pubblicato una lettera congiunta in cui si denunciano le continue molestie giudiziarie nei confronti di Yunus, e si afferma di temere per la sua sicurezza e libertà.

La storia purtroppo si ripete nel tempo: l’essere umano accecato dal potere e dall’ambizione agisce iniquamente ed utilizza tutte le armi contro lo slancio generoso ed altruistico di poche persone lungimiranti e sapienti che provano a risollevare le sorti dei più deboli e dei più poveri, convinti che le cose possano cambiare in favore di forme di collettività basate su principi di giustizia sociale!



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21 Aprile 2024

IL SOCIAL BUSINESS: UN NUOVO PARADIGMA DI IMPRESA di Alessandra Di Giovambattista

IL SOCIAL BUSINESS: UN NUOVO PARADIGMA DI IMPRESA

di Alessandra Di Giovambattista

 20-05-2024

Quando il Prof. Muhammad Yunus iniziò ad insegnare economia nell’Università di Chittagong (nel Bangladesh, suo Paese natale) era convinto di spiegare ai suoi giovani studenti delle teorie economiche che sarebbero state in grado di dare risposte e soluzioni ai problemi quotidiani che si fossero presentati ad aziende e singoli: agricoltori, professionisti, artisti, commercianti. Tuttavia, quando si prese del tempo per vedere sul campo e testare le condizioni di vita dei suoi connazionali, si accorse che ovunque guardasse c’era solo miseria. Secondo la sua testimonianza rilasciata nel suo libro “Il banchiere dei poveri” (edito da Feltrinelli, 2004), avvertiva come se stesse girando un film; la sua aula universitaria era un palcoscenico che tentava di dare risposte, ma che il più delle volte restituiva solo illusioni e teorie vacue ed inattuabili.

La realtà quotidiana si distaccava dalle fredde equazioni ed equivalenze che la scienza economica offriva, e le teorie apparivano solo dottrine infarcite di grandi e vuoti pensieri e conclusioni spesso non verificabili! Ma come è possibile che un’equazione possa andare bene per ogni società e risolvere problemi che prima di tutto sono vissuti sulla pelle di ogni singolo, unico ed irripetibile? Non si trattava di studiare l’atomo o l’andamento di un fenomeno, ma si trattava di capire le reazioni umane a certe sollecitazioni quali la povertà, l’emarginazione, la miseria, la disuguaglianza di genere, e proporre soluzioni.

Il prof. Yunus trovò la risposta, valida per l’ambiente in cui viveva, nel ripensare i presupposti per la concessione dei prestiti di modico importo a favore delle classi più povere. Quella di Yunus è stata una guerra combattuta per ricercare risposte ben oltre le mere soluzioni economiche: prima di tutto è stata una vittoria sull’emarginazione e la sudditanza delle donne rispetto al mondo maschile, una rivoluzione quindi non solo economica ma prima di tutto sociale e religiosa. Il ripristino dell’equità e della giustizia calma gli impulsi violenti che si innescano quando si è di fronte a scelte che implicano la sopravvivenza. Ecco perché le sue teorie economiche hanno meritato il premio Nobel per la pace: la pace si costruisce prima di tutto in capo ad ogni singola persona che sa di poter ricevere e dare rispetto e poter contare sulle proprie capacità, vedendosi riconosciuto il valore e la dignità del proprio lavoro che gli garantisca una vita serena ed accettabile per sé e la propria famiglia. In tal modo si esclude ogni forma di neo schiavismo che sembra potersi leggere nelle situazioni attuali se solo si guarda alle condizioni estreme in cui vivono uomini e donne dei paesi c.d. del terzo mondo. Un terzo mondo fatto di territori ricchi di materie prime che però, per assurdo, vengono sfruttate dalle nazioni potenti della terra che inquinano e inventano guerre e inducono gli abitanti autoctoni a migrare dalle proprie terre alla ricerca di maggior fortuna.

Così, in risposta alla richiesta di aiuto da un’infinità di poveri della sua Nazione, nacque la Grameen Bank - che concedeva piccoli prestiti per iniziare attività economiche, viste in un contesto economico di rispetto e di sostenibilità (il c.d. “social business”) - che riuscì a dare una spallata alla logica adottata dagli istituti di credito tradizionali che basano la concessione dei finanziamenti sul possesso di garanzie reali e personali. Sempre nel libro citato Yunus evidenzia che l’idea della sua banca è partita dall’operare al contrario rispetto a quanto facevano le banche tradizionali: i dipendenti passavano la maggior parte del loro tempo nei villaggi, conoscevano e parlavano con le persone povere e a queste proponevano determinate modalità di credito in ragione delle singole necessità e situazioni.

Questo approccio, che potrebbe tranquillamente convivere con quello delle banche tradizionali, ricorda molto l’insegnamento dell’economista E. F. Schumacher, pensatore della teoria del “Piccolo è Bello” dove occorre restituire l’economia nelle mani dell’uomo; essa deve essere al servizio delle sue necessità e non deve valere il viceversa: l’economia per l’uomo e non l’uomo per l’economia. Deve così instaurarsi una spirale virtuosa dove non esiste prevaricazione e dove tutti hanno un proprio, meritato posto. Ma una banca basata su questa nuova mentalità ha incontrato molte difficoltà; leggiamo dalle dirette parole di Yunus, tratte dal citato libro, le problematiche riscontrate: “Fin quasi dal suo nascere Grameen ha suscitato aspre controversie. Da sinistra la si accusava di far parte di un complotto americano per introdurre il capitalismo tra i poveri; si diceva che il suo vero scopo era quello di distruggere qualsiasi prospettiva di rivoluzione futura togliendo ai poveri la disperazione e la rabbia. Un professore comunista mi ha detto: “In realtà non fate altro che dare ai poveri qualche briciola di oppio, così non si lasceranno coinvolgere in questioni politiche più grandi. Con i vostri micro-niente li mettete a dormire, che stiano tranquilli e non facciano rumore. Voi uccidete il fervore rivoluzionario dei poveri, siete nemici della rivoluzione”. Da destra, i capi conservatori musulmani ci accusavano di voler distruggere la nostra cultura e la nostra religione…....Non sono un capitalista secondo la concezione semplicistica di chi ragiona in termini di sinistra e di destra, ma credo nel potere del capitale nel quadro di un’economia di mercato. Sono profondamente convinto che fare l’elemosina ai poveri non sia un gesto risolutivo; significa soltanto ignorare i loro problemi e farli volutamente incancrenire. Un povero in buona salute non vuole né ha bisogno di elemosina. Dargli un sussidio significa aumentare la sua miseria, uccidendone lo spirito d’iniziativa e togliendogli il rispetto di sé stesso. Non sono i poveri a creare la povertà, bensì le strutture sociali e le politiche da esse adottate. Se si modificano le strutture, come stiamo facendo in Bangladesh, la vita dei poveri ne sarà di conseguenza modificata. L’esperienza ci ha dimostrato che, con l’aiuto di un capitale finanziario anche limitato, i poveri sono capaci di produrre profondi cambiamenti nella loro vita.”

Quindi la banca ha rappresentato un cambio di mentalità e di pensiero che ha provocato un ripensamento anche nell’approccio al contrasto della povertà da parte delle associazioni umanitarie e delle organizzazioni internazionali, contrastando anche ogni forma di ideologia politica. Occorre partire dal concetto che ogni essere umano, anche se povero, sa svolgere un lavoro, una qualsiasi attività per la quale si sente più portato ed ha più capacità; non è necessario insegnare, a tutti i costi, un’attività nuova, voler esportare esperienze professionali e lavorative, il c.d. know how, che spesso confligge con la cultura e la tradizione della persona. Un’attività basata su tali presupposti ha un’alta probabilità di fallimento perché il lavoratore si vede proiettato in una realtà produttiva che non comprende e non sente sua, spesso si trova a produrre beni che non potrà o non vorrà mai acquistare. Il lavoratore deve poter amare il proprio lavoro, deve poter contare su un aiuto finanziario iniziale e sulle proprie forze in modo da saper contrastare i meccanismi delle insolvenze e del pagamento dei debiti.

Questo è in realtà il microcredito, così come pensato da Yunus: una piccola somma iniziale che dà la scintilla per l’avvio di un’attività economica che permette all’essere umano di poter credere ed investire su sé stesso. Lo sviluppo dal basso permette alle persone di affrancarsi da ogni forma di schiavitù e di assoggettamento e crea una spirale positiva di benessere che conduce alla pace interiore ed al rispetto. L’equità porta con sé lo sviluppo del processo di democratizzazione della società e la garanzia della tutela dei diritti umani. Il microcredito è stato così riconosciuto come una “forza liberatrice in società dove le donne, in particolare, devono lottare contro condizioni economiche e sociali repressive” (questa citazione è una parte della motivazione con cui è stato conferito il Nobel per la pace). Nello specifico gran parte della popolazione era esclusa dai circuiti economico-finanziari tradizionali; eppure in società povere bastavano davvero pochi dollari per iniziare delle attività produttive che creassero un iniziale piccolo surplus che di fatto ha permesso di sviluppare idee imprenditoriali che altrimenti non sarebbero mai state realizzate. Yunus è riuscito ad infrangere le basi economiche tradizionali del prestito fino allora conosciute per le quali non era possibile finanziare persone che non fossero state in grado di fornire adeguate garanzie di restituzione. Fatto sta che il modello finanziario di Yunus è stato esportato in altre Nazioni, a partire da quelle con un gran numero di poveri, quali il Pakistan, il Sudafrica, il Perù, ma dopo la crisi nel 2008 anche in Paesi sviluppati dove il tasso di povertà rialzava prepotentemente la testa, quali gli Stati Uniti e in Europa.

L’idea di un’impresa sostenibile, di un social business, è ora un caso didattico studiato in diverse facoltà di management, ma il valore più importante, ad essa riconducibile, è l’aver rappresentato una rivoluzione sociale che ha visto l’inizio dell’emancipazione di tante donne in società discriminanti, dove è migliorato anche il tasso di scolarizzazione dei figli, si è iniziato a garantire servizi sanitari e sociali e si è ridotto lo spazio lasciato all’integralismo religioso penalizzante specialmente per le donne. Anche nelle nostre realtà vediamo come sia difficile, per queste ultime e per i giovani, poter ottenere credito dalle banche; in tal modo si disperdono energie e si pregiudicano opportunità economiche, derivanti da idee imprenditoriali innovative, che non trovano spazio nel mercato dei capitali.

Anche in Italia è iniziato un processo di “social business” cioè di concessione di piccoli prestiti da parte di banche dedicate, come Banca Etica che collabora con Permicro, un operatore specializzato nel microcredito, che concede prestiti di modesto importo a soggetti deboli che, non avendo adeguate e sufficienti garanzie da presentare alle banche tradizionali, non potrebbero ottenere credito per iniziare una propria autonoma attività lavorativa. Nel nostro Paese sono presenti istituzioni che permettono, attraverso un percorso di finanza etica, l’inclusione sociale di soggetti (donne, giovani, spesso extra comunitari, o con ridotta capacità lavorativa o con anzianità lavorativa pregressa ma non ancora in età pensionabile, con situazioni sociali difficili) che, opportunamente seguiti e formati, vengono avviati ad intraprendere nuove piccole attività aziendali. Per soggetti si intendono sia persone fisiche sia imprese, queste ultime ovviamente di piccole dimensioni ed in una fase di inizio attività. I prestiti concedibili alle persone fisiche devono essere giustificati da motivazioni valide e meritevoli e sono per importi non superiori a 15.000 euro, rimborsabili in rate mensili per una durata che va da 1 a 6 anni; inoltre bisogna avere la cittadinanza italiana o comunque è obbligatoria la residenza, o il domicilio in Italia ed il permesso o la carta di soggiorno. Per le imprese il microcredito è dedicato a coloro che desiderano avviare o sviluppare una piccola attività imprenditoriale ma non sono soggetti c.d. affidabili dal circuito dei finanziamenti erogati dalle banche tradizionali. In tal caso l’importo massimo concedibile è di non più di 25.000 euro, rimborsabile in rate mensili di modico importo, durata dai 2 ai 6 anni, con garanzie aggiuntive da parte del Fondo di garanzia per le piccole medie imprese e del Fondo Europeo per gli investimenti. È inoltre previsto un percorso di accompagnamento per la redazione del progetto economico finanziario (c.d. business plan), per sostenere l’attività nella fase iniziale, cioè di start up, e per il monitoraggio durante tutta la durata del finanziamento.

di Alessandra Di Giovambattista

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20 Maggio 2024

UN ECONOMISTA FUORI DAL CORO: ERNST FRIEDRICH SCHUMACHER di Alessandra Di Giovambattista

UN ECONOMISTA FUORI DAL CORO: ERNST FRIEDRICH SCHUMACHER

di Alessandra Di Giovambattista

 16-05-2024

«Al giorno d'oggi soffriamo di un'idolatria quasi universale per il gigantismo. Perciò è necessario insistere sulle virtù della piccola dimensione, almeno dovunque essa sia applicabile” questa è una delle frasi più significative che si possono leggere nel libro “Piccolo è bello” di Ernst Friedrich Schumacher, detto Fritz (Mursia editore, 2011).

Egli nacque nel 1911 a Bonn, in Germania; figlio di un professore di economia, intraprende egli stesso studi economici prima presso l’università di Bonn poi a Londra e a Cambridge dove conosce Jhon Maynard Keynes (padre della teoria macroeconomica) ed Arthur Cecil Pigou (fondatore dell’economia del benessere). Con una borsa di studio prosegue i suoi studi a New York presso la Columbia University dove approfondisce le teorie sulle banche e la finanza ed ottiene una cattedra temporanea alla Scuola di scienze bancarie della Columbia University. Rientrato in Germania sposa una ricca donna della borghesia tedesca ma, non volendo aderire al partito nazista decide di trasferirsi in Inghilterra dove, grazie alle conoscenze della moglie, viene assunto alla Unilever, multinazionale della produzione dei detergenti chimici e degli alimenti preconfezionati, ancora oggi presente sul mercato.

Durante la seconda guerra mondiale Schumacher viene internato in una fattoria isolata nel Northamptonshire in quanto considerato un “infiltrato”; è qui che inizia ad apprezzare il contatto con la terra ed il lavoro manuale. Tuttavia in ambito locale continua a divulgare le sue teorie basate essenzialmente sulla nazionalizzazione dell’industria pesante e sulla pianificazione economica in vista della ricostruzione post bellica; è in questo periodo che le sue idee vengono notate da J. M Keynes il quale riconosce le capacità e l’intelligenza del giovane economista tedesco.

Finito il conflitto ottiene diversi incarichi di Governo finalizzati all’organizzazione ed alla ripresa finanziaria ed economica del Regno Unito. Fu consulente economico dell’ente di gestione dell’estrazione del carbone dopo la nazionalizzazione delle miniere, il National Coal Board. Tuttavia per Schumacher è anche un periodo di analisi interiore: pratica yoga, si interessa di astrologia e misticismo, segue l’alimentazione vegetariana, è sempre stato incline agli approfondimenti spirituali e contrario al materialismo, all’agnosticismo ed al capitalismo. Si avvicina al pensiero filosofico di Gandhi e ne risulta fortemente influenzato; inizia ad esporre l’idea che se l’umanità continuerà a consumare risorse non rinovabili si troverà ben presto priva di materie prime necessarie per la vita.

È così che negli anni settanta iniziano a diffondersi, specialmente nel mondo anglosassone, le sue idee fortemente critiche verso le economie occidentali e favorevoli alle tecnologie basate sulle capacità umane, decentralizzate e rispettose della persona. Sono teorie in contrasto sia con il suo stesso pensiero iniziale sia con il pensiero dominante post bellico basato sulla crescita economica come fattore unico di sviluppo sociale. A causa di questi conflitti, dovuti ai suoi ripensamenti in ambito scientifico, decise di andare a lavorare in Birmania (attuale Myanmar) come consulente per lo sviluppo economico; qui però si trovò in contrasto con le teorie portate avanti dall’economista statunitense Robert Nathan (allievo di Simon Smith Kuznets - economista di origine ebraica, ma nato in Bielorussia - conosciuto per i suoi studi sul rapporto tra disuguaglianze sociali e crescita economica) inviato per studiare e proporre l’approccio più utile per favorire lo sviluppo economico della Birmania. Mentre Nathan e Kuznets proponevano di impiantare in Oriente il modello economico americano, Schumacher capì che la cultura e le abitudini di vita del popolo Orientale sono totalmente diverse da quelle proposte dall’Occidente. Egli era convinto che il semplice aiuto da parte delle economie occidentali non sarebbe servito a ridurre le disuguaglianze sociali in ambienti poveri, anzi avrebbe prodotto fratture e spaccature ancora più profonde perché la forbice della disuguaglianza avrebbe allargato ancora di più il divario: da una parte i ricchi che si riconoscono anche nelle tradizioni e nei consumi occidentali - perché potrebbero aver vissuto in contesti diversi da quelli di origine (ad esempio per studio o per lavoro) - dall’altra le persone povere che non conoscono usi e costumi diversi da quelli originari e che quindi non sono inclini all’acquisto di beni e servizi non rispondenti ai bisogni nascenti della propria cultura e dal proprio stile di vita. Inoltre l’economia occidentale, che sin dall’origine ha posto molta enfasi sull’espansione illimitata dei consumi, conduce ad un modello di vita materialista che confligge con la tradizione anche religiosa dei paesi orientali dove, specialmente in quelli in cui si seguono gli insegnamenti del Mahatma Ghandi, l’economia si considera al servizio delle persone e non il viceversa.

Le sue idee, in contrasto con il pensiero occidentale, non furono accolte e così decise di scrivere diversi articoli su come si imposta l’economia in un paese Buddista (Economics in a Buddhist Country) sulla cui base scriverà il libro “Piccolo è bello”. In esso si possono leggere concetti derivanti dalla filosofia di Ghandi in cui l’economia è un aspetto inseparabile della cultura di una società e del suo sentire filosofico. La ricetta, secondo Schumacher, non è portare l’uomo alla tecnologia concentrata in un determinato luogo spesso alienante (le fabbriche gigantesche ed altamente inquinanti) - costringendo le popolazioni a migrare dai propri territori di origine – bensì è introdurre tecniche e strumenti di lavoro (meglio descritti nel concetto di “tecnologia intermedia” che sviluppa durante un viaggio professionale in India) che permettono di migliorare le condizioni di vita senza rinunciare alle proprie tradizioni e senza produrre danni incalcolabili sull’ambiente. Solo così si potrà avere equilibrio e pace tra le diverse forme di vita: vegetale, animale ed umana. Queste le nuove modalità di crescita per le economie in via di sviluppo (take off): rispetto delle tradizioni e dell’ambiente per un progresso che sia il più compatibile con la cultura e le tradizioni della popolazione. Nel 1964 presenta le sue teorie di sviluppo sociale, basate sulla tecnologia intermedia, durante una conferenza presso l’Università di Cambridge; tuttavia le sue idee, contrastanti con i nascenti fenomeni del consumismo e dell’accentramento delle produzioni e delle risorse (economie di scale e dimensione), vengono criticate fortemente ed accantonate dagli economisti dell’epoca.

Sarà solo nel 1973 che riuscirà a trovare un editore disposto a pubblicare il suo libro “Piccolo è bello”, una raccolta di suoi articoli e riflessioni maturate in un ventennio di studi e di ricerche sul campo. Il suo scritto sarà un best seller, specialmente negli Stati Uniti dove sarà preso a base dei nascenti studi fondati sullo sviluppo sostenibile, sul rispetto dell’ecologia e dell’essere umano; può a ben ragione essere considerato il padre dell’economia sostenibile (c.d. green economy). Fritz Schumacher morì il 4 settembre del 1977 in Svizzera durante una serie di conferenze sull’economia e lo sviluppo sostenibile. Autore di altri libri di successo riuscì a coniugare la scienza economica con la religione anzi fu particolarmente attratto dalla speculazione interiore in ambito spirituale. A partire dal 1950 il suo pensiero fu molto influenzato dalle encicliche presentate da Papa Leone XIII (Rerum Novarum - 15 maggio del 1891) e Papa Giovanni XXIII (Mater et Magistra – 15 maggio del 1961) che provavano a dare un significato religioso e spirituale alle nuove teorie ed ai nuovi stili di vita. Fu influenzato anche dal pensiero di economisti e filosofi cattolici quali Gilbert Keith Chesterton, Hilaire Belloc e Vincent McNabb. Una nota particolare che esprime la crescita interiore, oltre a quella più specifica di tipo economico, caratterizzata dall’attenzione dei suoi scritti verso la centralità dell’uomo, risiede nella sua conversione al cattolicesimo, avvenuta nel 1971.

 

Fritz Schumacher, studioso delle possibilità di crescita dei Paesi in via di sviluppo (ma non solo) formula le sue teorie economiche innovative, per il mondo occidentale, ma ben radicate nel sentire e nella cultura dei paesi Orientali, che troveranno riscontro, come modalità di approccio con le persone e le società, anche nelle applicazioni e negli approfondimenti proposti dell’economista Muhammad Yunus premio Nobel per la pace nel 2006. Questi implementa in Bangladesh, sua Nazione di origine, le teorie sul microcredito che nascono e si sviluppano attraverso l’analisi della realtà quotidiana, intervistando i poveri presenti sul territorio, e cercando di comprendere di cosa avesse davvero bisogno la società in quello specifico momento.

Un’economia al servizio dell’uomo e non il contrario: questo dovrebbe essere il paradigma alla base dello studio delle teorie economiche, dove poi ogni società va analizzata nei suoi riflessi socio-culturali e solo successivamente si può adattare la teoria economica a lei più confacente. La collettività non è composta da automi ma da esseri viventi, con proprie profonde radici, che non possono essere obbligati a fare scelte e a tenere comportamenti identici e pedissequamente applicati con le stesse modalità con cui si applicano nel mondo occidentale o in qualunque altra Nazione. Occorre sottolineare la necessità del rispetto per tutte le espressioni naturali sia ambientali sia umane ma, per questo, occorre esercitare grande dominio sui propri connaturati istinti egoistici spesso esaltati da atteggiamenti di sequela verso soggetti ben pagati (i c.d. influencer) dalle potenti aziende multinazionali che inducono al consumismo globalizzato che distacca da ogni identità, prima di tutto umana, sociale e culturale. È anche sul campo delle scelte per la soddisfazione dei bisogni che si gioca il conflitto contro i potenti della Terra: occorre ripensare l’economia e collocarla in un quadro che rispetti la sostenibilità umana ed ambientale, contro ed al di là di ogni particolare ed autonomo interesse economico e finanziario.

 

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16 Maggio 2024

LE DONNE: UN FATTORE VINCENTE DEL MICROCREDITO IN BANGLADESH di Alessandra Di Giovambattista

LE DONNE: UN FATTORE VINCENTE DEL MICROCREDITO IN BANGLADESH

di Alessandra Di Giovambattista

 27-04-2024

L’economista Muhammad Yunus, fondatore della Grameen Bank, ha reso - così come si legge nella motivazione del conferimento del premio Nobel per la pace del 2006 - “Il microcredito uno strumento sempre più importante nella lotta alla povertà. La Grameen Bank è fonte di ispirazione e di modelli per le numerose istituzioni del settore del microcredito che sono nate in ogni parte del mondo”. Attraverso l’osservazione diretta della vita sociale ed economica degli abitanti poveri di un villaggio limitrofo a Chittagong, città del Bangladesh dove egli insegnava economia, si rende conto che il sistema bancario di fatto impedisce agli emarginati di riscattarsi dalla loro condizione di povertà. Il sistema bancario è organizzato in maniera tale da escludere ogni forma di credito a chi non presenti adeguate garanzie; compreso questo Yunus organizza una banca che esce fuori da questo schema, capace di organizzare il credito in modo diverso rispetto al pensiero ed alla metodologia tradizionale: fonda così la Grameen Bank – prima come filiale di una banca già esistente, poi come istituto autonomo - che in lingua originale del Bangladesh significa banca di villaggio (anche traducibile in rurale).

I punti di forza di questo nuovo istituto di credito sono riconducibili a quattro pilastri:

  • la componente femminile costituisce il 99% circa della clientela della banca; le donne si organizzano in gruppi in modo da incentivarsi l’una con l’altra nella restituzione del debito e da formare una rete di contatti in caso di difficoltà. Questo approccio offre delle garanzie sulla restituzione del credito e sulla credibilità delle donne affidatarie del prestito: in tal modo esse riescono ad assumere un ruolo di fondamentale importanza nell’economia familiare, divenendo piccole artigiane ed imprenditrici, riuscendo anche a riscattarsi socialmente;

  • la scadenza massima del credito concesso è di un anno; la restituzione avviene periodicamente, con cadenza settimanale, a rate fisse pertanto non elevate singolarmente che assicurano un tasso di restituzione pari a circa il 98% (performance mai riuscita in una banca tradizionale, anche se bisogna evidenziare che i presupposti sono totalmente diversi);

  • le singole debitrici, versando una parte dei loro redditi in quote di capitale della banca, divengono anche socie dell’istituto e possono eleggere alcuni membri del direttivo;

  • l’affrancamento dagli strozzini di migliaia di piccoli imprenditori ed artigiani che riescono a creare una propria attività redditizia con somme di denaro ridotte e che cercano di liberarsi da un peso sociale, economico e politico posto dalle classi dominanti.

Il nuovo sistema organizzato da Yunus ha un inaspettato successo, e la Grameen Bank apre nuove filiali in altre Nazioni tra cui le Filippine, gli Stati Uniti d’America e il Sudafrica. È così che l’economista, nel 2006, viene insignito del premio Nobel per la pace per il suo impegno nella lotta alla povertà ed all’emarginazione. Questi sono gli elementi base della sua nuova teoria economica di Business sociale: fede nelle capacità umane e solidarietà nell’ambito aziendale. Quindi un paradigma che vede l’uomo al centro dell’economia, del benessere, dello sviluppo, con istinti egoistici (così difficili da scardinare) calibrati però da slanci generosi di solidarietà e nella ricerca di un comune benessere attraverso la creazione di imprese con finalità sociali. Lo stesso Yunus definisce il business sociale come “un tipo di impresa che pone al centro del proprio operato le piaghe sociali, economiche e ambientali con cui la specie umana si trova costretta a convivere da lungo tempo: fame, mancanza di case, malattie, inquinamento, ignoranza. Per affrontarle e risolverle” (dal suo libro: “Si può fare! Come il business sociale può creare un capitalismo più umano”, Milano, Feltrinelli, 2010). Quindi porre l’essere umano al centro di tutto, con un particolare interesse per i giovani e per la sostenibilità, garantendo un’attenzione al prossimo non più da delegare ad enti umanitari ed assistenziali; un’azienda che sappia reinvestire il surplus nell’attività stessa, per il benessere complessivo, pronta ad agire a supporto dei più deboli nei momenti di difficoltà.

A conti fatti, in Bangladesh, nei primi anni di attività della banca, sono stati concessi prestiti di piccolo importo a circa 9 milioni di persone, di cui il 97% donne, ottenendo la restituzione del debito con un tasso che non è mai andato al di sotto del 98%! Ma la vera battaglia, in un paese musulmano, è stata combattuta in favore delle donne, a cui si è dato credito, non solo finanziario ma soprattutto umano; il prestito al mondo femminile, regolarmente restituito, ha permesso di attivare un percorso circolare virtuoso di finanziamento, e ciò ha rappresentato un buon esempio che si potrebbe seguire per uscire dalla fascia di povertà.

La banca per il microcredito funziona sulla base di gruppi di reciproco sostegno; in particolare sono gruppi formati da cinque persone, per il 96% donne, e ad ognuno di essi viene concesso un prestito. Un ulteriore prestito viene negato qualora all’interno del gruppo vi siano soggetti non affidabili; si crea così una corresponsabilità che crea onestà e solidarietà tra i singoli, spinge alla restituzione del prestito ed all’efficienza dell’attività svolta. Si genera una responsabilità di gruppo che incrementa non solo l’efficacia dell’impresa organizzata dai singoli componenti, ma migliora anche i risultati economico-finanziari della banca; un modello di circolarità finanziaria che si auto alimenta. Hanno così potuto partecipare a questo programma le donne che fino ad allora si vedevano negati i prestiti da parte degli istituti bancari tradizionali - ma non certo da parte degli usurai! - vuoi per ragioni di politica bancaria, per tradizione o per motivazioni religiose. È così che più della metà dei clienti finanziati dalla Grameen Bank sono usciti dalla povertà estrema, facendo registrare miglioramenti nei parametri che consentono di stimare il benessere di una società; in particolare le variabili rilevanti sono quelle che monitorano la frequenza scolastica dei figli, il numero dei pasti al giorno (che sono saliti a tre per tutti i componenti della famiglia), l’installazione dei servizi igienici nelle abitazioni, l’acqua potabile, la capacità di rimborsare settimanalmente un prestito di circa 300 taka (cioè di circa 8 dollari), l’accesso alle cure sanitarie. In tal modo la banca ha esportato il proprio modello in altri Paesi fino ad arrivare nei ghetti di Chicago! Yunus aveva da subito privilegiato le donne nella concessione dei prestiti perché aveva constatato, nelle sue ricerche, che erano più affidabili rispetto agli uomini: non usavano i prestiti per giocare d’azzardo, per acquistare alcool, fumo o altre attività ricreative, ed erano più precise nel rimborsare i prestiti alle scadenze. La nuova formula di concessione di piccoli prestiti frazionati, in modo da suddividere in rischio per cercare di annullarlo, ha rappresentato non solo una rivoluzione economica, ma soprattutto sociale: ha contribuito all’emancipazione delle donne in società nelle quali esse subiscono continue discriminazioni di tipo religioso, politico, culturale. Milioni di famiglie hanno migliorato le proprie condizioni di vita e ciò ha avuto come conseguenza anche una modernizzazione delle collettività che erano rette ancora da principi arcaici di sottomissione delle donne.

In un’intervista del 2015, Yunus ha dichiarato che, fino a quella data, più di 170 milioni di donne hanno ricevuto un prestito e nel 2014 la Grameen Bank a fronte di 1,5 miliardi di dollari concessi sotto forma di prestiti, ha ricevuto depositi sui conti di risparmio per un uguale importo. Ciò ha significato che non solo il prestito è stato tutto restituito ed ha fruttato interessi per la banca, ma i soggetti che lo hanno ricevuto hanno potuto non solo provvedere alla proprie spese correnti, ma hanno anche destinato una parte del ricavato al risparmio, che se ben gestito, per effetto del moltiplicatore bancario (capace di far girare più volte il denaro presente nei depositi attraverso continue concessioni di prestiti) può diventare a sua volte motore di sviluppo e di crescita. In tal modo il Bangladesh ha raggiunto l’obiettivo di ridurre della metà la povertà presente nel Paese, ed ha dimostrato che anche le persone povere sono in grado di possedere la loro banca e di avere successo. Ricordiamo infatti che le persone, in maggioranza donne, che prendono prestiti, diventano anche socie della banca stessa e nel 2015 la proprietà della banca era per il 75% in mano ai soggetti affidati. Dal 2016 il Governo possiede il 6% della proprietà mentre il rimanente 94% è in mano ai clienti finanziati; nel corso degli anni sono state aperte 2.185 filiali in 69.140 villaggi bengalesi.

Secondo Yunus, l’ingresso dello Stato nella banca potrebbe creare problemi nel futuro a causa di possibili ingerenze politiche. Nel 2011 Yunus è stato estromesso dalla Banca e alcuni ritengono che ciò sia la risultante di una campagna politica nata dopo le tensioni avutesi nel 2007 tra il fondatore stesso ed il premier bengalese Sheikh Hasina. In quell’anno infatti a seguito di un atto di golpe militare, Yunus manifestò la volontà di creare un movimento politico; questo fu sufficiente per l’allora classe politica, tutt’ora al governo, per considerarlo un contendete del potere. Così sono state lanciate contro il premio Nobel accuse di corruzione, per lo più infondate, con l’unico scopo di voler gettare ombra su un economista che è riuscito a creare le basi per combattere la povertà in un paese sottosviluppato dove forse, a qualcuno, fa gioco mantenere masse di persone allo stato di indigenza e di ignoranza. D’altronde, come per le guerre, ci sono spesso influenti soggetti, non numerosi, che hanno il solo obiettivo di guadagnare o di far arricchire, in questo caso, gli enti della cooperazione internazionale che affrontano il problema della povertà con pseudo azioni volte solo a movimentare ingenti masse di denaro e con l’obiettivo di continuare a mantenere una grande parte della popolazione nell’indigenza, perché anche questo può essere un fattore di ricchezza per pochi malevoli, potenti soggetti!



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27 Aprile 2024

IL POTERE DELLA COMUNICAZIONE: H. MARSHALL McLUHAN di Alessandra Di Giovambattista

IL POTERE DELLA COMUNICAZIONE: H. MARSHALL McLUHAN

di Alessandra Di Giovambattista

 22-05-2024

Con il passare del tempo dalla società dell’informazione - che si è sviluppata essenzialmente attraverso messaggi monodirezionali, utilizzando i media tradizionali quali giornali, riviste, libri - si è passati alla società della comunicazione; ma che significa comunicare? Facendoci aiutare dal dizionario della lingua italiana, possiamo dire, in modo molto sintetico, che il senso più comune del termine lo ritroviamo nell’attività di relazione con la quale si intende far partecipe uno o più soggetti di un proprio pensiero, di uno stato d’animo, di un’emozione, di una notizia, di un fatto, dove si dà rilievo ad una relazione complessa e pluridirezionale, tra più persone, che può generare rapporti, partecipazioni e reazioni unilaterali o reciproche. Grazie allo sviluppo degli studi in ambito socio-psicologico possiamo identificare la comunicazione come un processo creato dallo scambio di messaggi attraverso un canale, secondo un preciso codice, tra sistemi della stessa natura o di natura differente (tra esseri umani, animali, macchine). Nella scienze umane e sociali oltre alla comunicazione verbale si riconosce anche una comunicazione non verbale fatta da un insieme di segnali che vanno oltre l’uso del solo apparato fonatorio (segnali mimici, tattili, espressioni dello sguardo, che coinvolgono l’abbigliamento e la postura, ecc). A ciò si aggiunga l’importanza del mezzo attraverso cui si diffonde la comunicazione; oggi essenzialmente ritroviamo i mezzi di comunicazione di massa (i c.d. mass media) che identifichiamo nella televisione, nella stampa, nel cinema, nella radio, ed oggi, più che mai, nelle reti di comunicazione digitale, i c.d. social network, dove il soggetto è spesso, allo stesso tempo, fonte e destinatario di informazioni.

La rivoluzione informatica ha modificato notevolmente il modo di comunicare, creando nuovi spazi di relazione che coinvolgono spesso soggetti di diversa età, cultura, estrazione sociale, etnia, credo, e rendendo liquida la società che spesso non distingue più il mondo reale da quello virtuale. I social rappresentano delle vere e proprie strutture sociali dove si affrontano e si confrontano tecnologia, umanità, partecipazione, interazione, conflitto. Alcuni sociologi definiscono la rete sociale, i c.d. social network, un unico grande mezzo dove i produttori di notizie, opinioni, pensieri, emozioni, espressioni sono al contempo anche i fruitori, a differenza dei mezzi di informazione tradizionali in cui la relazione avviene essenzialmente tra parti in posizioni contrapposte. Inoltre, in tale rete, la comunicazione risulta così poco trasparente che è molto facile cadere preda di soggetti con intenzioni non sempre positive e meritevoli che si fingono quello che non sono, cercando di offrire un’immagine di sé che sia la migliore possibile o comunque quella che gli altri si aspettano di vedere. Sicuramente l’uso delle strumentazioni informatiche (come la ragnatela mondiale informatica il c.d. World Wide Web - cioè il prefisso www con cui facciamo precedere le nostre ricerche sul web - ed i social network) - con i relativi programmi, applicazioni e software - ha reso anche più difficile la tutela della propria sfera personale, la c.d. privacy, e la difesa del diritto all’oblio. Quest’ultimo è la richiesta della rimozione delle informazioni personali dalla pubblica circolazione. Si capisce bene come poter esercitare tale diritto sia davvero difficile in un mondo digitale dove le notizie permangono in modo stabile; non è sufficiente la cancellazione ma è necessaria l’eliminazione della possibilità che esse vengano ripubblicate da terzi, circostanza quest’ultima sempre possibile. Infatti mentre la notizia apparsa sui media tradizionali è strettamente legata ai limiti dello strumento sulla quale è stata divulgata (esempio la stampa), nel mondo digitale le informazioni possono essere memorizzate e condivise con molta facilità di modo che le notizie di fatto rimangono nello spazio di archiviazione (c.d. Cloud) per tempi illimitati e senza poter sapere se e come siano state memorizzate, duplicate e pubblicate.

Ciò detto, in generale, si può comunque evidenziare il rapporto che si instaura tra comunicazione e potere e di fatto, in tale relazione, si riscontra una duplice accezione: da un lato si ha una relazione diretta tra comunicazione e poteri politici, economici, religiosi, i quali utilizzano i media per raggiungere i propri obiettivi e sovente per imbrigliare la libera informazione. Dall’altro lato il potere insito nella comunicazione stessa che si divide in: conoscenza di informazioni che possono essere usate o meno (perché anche il silenzio su una determinata notizia rappresenta un’espressione di gestione del potere; si pensi al c.d. segreto di Stato) e modalità e capacità di divulgazione, che riconducono all’ampiezza dei mezzi utilizzati i quali se più diffusivi, sono più potenti. Quindi possiamo riconoscere una espressione di potere nell’avere notizie e nel gestirle attraverso i vari strumenti di comunicazione; questo aspetto, che ha condotto alla definizione dell’informazione come quarto potere (che si aggiunge a quelli costituzionalmente individuati: legislativo, esecutivo, giudiziario), chiarisce la concreta possibilità di come la comunicazione possa contribuire alla formazione dell’opinione pubblica. Tuttavia occorre sottolineare come tra le istituzioni, l’ambiente vi sia di fatto un processo di osmosi bidirezionale; la società influenzata dalle istituzioni e le istituzioni influenzate dalla società e in questo processo si colloca il flusso di informazioni gestito dalla comunicazione che in sé è solo uno strumento. Semmai il problema risiede nell’utilizzo e nella reale capacità dell’uomo di volersi mantenere intellettualmente libero; infatti negli Stati totalitari si assiste ad un uso della comunicazione come strumento di propaganda, per formare le coscienze ed alienare le menti con la finalità di ottenere il consenso da parte della collettività. Di fatto la comunicazione è in grado di organizzare il pensiero dei soggetti e in tal modo viene vista dai poteri statali ed amministrativi che tentano di soggiogarla al servizio di interessi peculiari, distaccandola dal suo originario ruolo di strumento al servizio della collettività. Quindi il potere della comunicazione si ritrova nella possibilità del soggetto che detiene l’informazione di comunicarla, magari attraverso manipolate frapposizioni e velature, o non comunicarla affatto.

Con riferimento al secondo aspetto relativo alle modalità e capacità di divulgazione delle informazioni ci si ricollega agli strumenti che si possono utilizzare, dalla stampa, alla televisione, fino ad arrivare ai fenomeni odierni dei social network che raggiungono enormi masse di soggetti. Un’analisi interessante del problema è fornita da Marshall McLuhan - filosofo, sociologo, critico letterario, professore di origine canadese (1911 – 1980) - che ha voluto ripercorrere la storia dell’umanità analizzando lo sviluppo dei mezzi di comunicazione. Utilizzando tale prospettiva egli ha notato che le strutture delle società ed i loro usi e costumi, sono stati determinati dall’evoluzione degli strumenti di comunicazione. La sua interpretazione storica degli effetti prodotti dalla comunicazione sui singoli e sulla collettività nel suo insieme, ruota intorno all’idea che è lo strumento utilizzato per diffondere la notizia che produce effetti sui soggetti destinatari, non già il contenuto dell’informazione fornita. È sua la frase in cui si riconosce nel “mezzo il messaggio”, così come, per analogia, si può dire che è la scienza economica che definisce le relazioni sociali.

Quindi il potere della comunicazione non risiede solo nel soggetto che detiene le informazioni, ma anche nel tipo di strumento che viene utilizzato e dalla sua capacità evolutiva e di sviluppo nel tempo. Si è passati quindi dalla comunicazione verbale (le prime società in cui gli oratori avevano un importante compito divulgativo) a quella scritta (attraverso i libri e la stampa), fino ad arrivare agli strumenti radio-televisivi ed informatici. Questi strumenti rappresentano il prodotto culturale e scientifico di società che sono passate dalle prime forme di villaggio (preistorico), alle città, fino ad arrivare al famoso “villaggio globale”. Quest’ultima locuzione è un ossimoro, una contraddizione in termini, costruito da McLuhan proprio per rappresentare lo stridore del contesto attuale dove il villaggio fa riferimento ad un nucleo ristretto di soggetti, mentre l’aggettivo globale coinvolge la totalità del territorio, pertanto ha un significato planetario. Con ciò il sociologo canadese intende sottolineare come la comunicazione con strumenti informatici di fatto abbia abbattuto le frontiere dello spazio, in quanto l’informazione percorre tutto il globo, e del tempo, poiché l’informazione viaggia in tempo reale (velocità quasi istantanea). Ma già prima di McLuhan si parlava di “villaggio” con riferimento al potere dei media; il sociologo Robert. E, Park nel 1923 definisce “villaggio” anche i grandi agglomerati urbani nei quali iniziano a circolare le notizie attraverso i giornali, che rappresentano, per l’epoca, una nuova forma di comunicazione. Così come nei piccoli centri tutti si conoscono, con l’avvento dei quotidiani anche nelle grandi città è possibile sapere cosa accade e quindi ci si sente come in un villaggio dove il pettegolezzo e l’opinione pubblica rappresentano le forze di controllo sociale. L’analisi di McLuhan si basa sulla divisione della storia in tre periodi, con riferimento alle diverse tipologie di comunicazione: tradizione orale che riporta alle società chiuse ed acritiche, dove si apprende attraverso il linguaggio e l’ascolto; scrittura e stampa che modificano le modalità di conoscenza spostando l’attenzione dall’ascolto alla vista, alla lettura – sostituendo così l’orecchio con l’occhio – ed incentivando la comunicazione tra individui, la speculazione e la razionalità; era elettronica dove i media riescono a coinvolgere l’intero globo nei problemi di soggetti posti in differenti luoghi e in tal modo, come paradosso, si ottiene un ritorno ai contatti iniziali del villaggio dove tutti sapevano tutto ciò che avveniva intorno a loro.

Oggi il concetto di villaggio globale porta indubbiamente al fenomeno della globalizzazione, dove ciò che accade in qualsiasi angolo della terra diviene, in pochi istanti, di dominio pubblico e ciò in qualsiasi ambito: politico, sociale, culturale, economico. In tale conteso e tenendo sempre a mente la visione di McLuhan, le sole notizie che devono essere divulgate sono quelle “cattive”, quelle che descrivono calamità, disastri, disuguaglianze ed iniquità, perché si deve alzare il livello di responsabilità dei soggetti. Ma a lungo andare ciò determina frustrazione ed impotenza ed il sentirsi tutti nello stesso ambiente genera una sorta di sensazione di massificazione dei problemi ed anche delle soluzioni, offrendo una visione di “omologazione” e di favore verso gli approcci monocratici: unici problemi, uniche soluzioni, assenza di differenze e di prospettive diversificate; è forse proprio con riferimento all’analisi delle problematiche che occorre assumere un atteggiamento critico rispetto alla “globalizzazione”. McLuhan evidenziava che i media elettronici hanno abolito sia il tempo sia lo spazio, discostandoci da ogni ripartizione dei ruoli e dai singoli punti di vista; ne emerge così un’omologazione delle opinioni. Questa tematica è davvero molto delicata se si pensa che oggi attraverso i social abbiamo masse di persone che si schierano a favore o contro una determinata situazione creando spesso un atteggiamento di “gogna mediatica”, a volte anche creata ad arte, che può indurre alla disperazione il soggetto che vede sé stesso, le sue opinioni e le sue vicende diventare da private a pubbliche con grandi difficoltà di chiarimento e di difesa: una sorta di impossibilità di tutela della propria privacy, del proprio individuale pensiero, lasciando così ampio spazio al pensiero unico. Occorre porre molta attenzione a tale processo che se portato avanti senza il costante nutrimento della nostra anima e del senso critico e la civile e rispettosa difesa del proprio individuale pensiero potrebbe divenire pericoloso ed irreversibile!



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